21.3.08

Da Kossi Komla-Ebri storie di vite migranti

Velio Abati

«Indefinibile malinconia quel fuoco che arde sotto le ceneri del vivere quotidiano in terra straniera. Quel sempre sentirsi nessuno. Peggio, non esistere: percepire gli sguardi, curiosi, irritati o compassionevoli scivolarti addosso come se fossi un'ombra»: così scrive in Vita e sogni. Racconti in concerto (Edizioni dell'Arco, pp. 111, euro 6,90) Kossi Komla-Ebri, emigrato togolese, da anni medico a Erba, esponente impegnato della prima generazione di scrittori immigrati in lingua italiana. Tra gli animatori della rivista online «El ghibli» (www.el-ghibli. provincia.bologna.it), e autore tra l'altro di una fortunata raccolta di racconti, Imbarazzismi, più volte ristampata dalle Edizioni dell'Arco, Kossi guarda con una certa impazienza alle sollecitazioni di quei critici che chiedono alla «letteratura della migrazione» di «rinnovare l'italiano», e preferisce mettere in scena una polifonia dissonante di condizioni umane tratte dalla sua esperienza. Ora a parlare è un io molto vicino alla biografia dell'autore: «Ho vissuto la mia infanzia sotto il peso dei secchi d'acqua e dei carichi di legno, contorcendo il collo, a piedi nudi nella sabbia calda, una scatola di Nestlé come pallone di cuoio perché certamente Babbo Natale aveva perso la bussola passando il Mar Mediterraneo e il suo carro trascinato dalle renne si era insabbiato nelle dune del Ténéré...». Ora è invece la seconda generazione d'immigrati a presentare la doppia estraneità tra padri e figli: «A me papà della tua Africa non me ne frega niente!... per anni mi avete rotto le scatole con i vostri sogni, i vostri ricordi, i vostri sacrifici. Ma che volete da me? Non ho mica chiesto io di nascere!... Sì, mamma, so che non mi è permesso parlarvi così, so che è contro le tradizioni, che è un modo di fare dei piccoli bianchi come dite voi». Ma le voci narranti non si limitano ad allargare la cittadinanza della lingua di Dante al vissuto meticcio del migrante e del clandestino. Inseguendo il rimosso occultato al passaggio di frontiera, Kossi dà vita qui - nella lingua italiana delle nostre case - alle tragedie che lo spettacolo rassicurante delle notizie serali proclama non appartenerci, così come avviene nel racconto sui bambini soldato, che «mutilavano con il machete i collaboratori dell'esercito regolare... e in stato di perenne eccitazione a causa delle droghe, ai posti di blocco coi mitra puntati si divertivano a umiliare i passanti, anche gli adulti e i vecchi»
ilmanifesto.it

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