16.1.17

La modernità liquefatta

 Remo Bodei (sole24ore)
A incontrarlo nella vita privata, Zygmunt Bauman era un uomo gentile, che suscitava una sorta di tenerezza in chi aveva occasione di osservarne le premurose manifestazioni d’affetto per Janine, sua prima moglie, eroina dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, e per Aleksandra, sua seconda moglie, un’allieva dei suoi primi corsi di sociologia, ritrovata in tarda età. Era perciò difficile capire subito come la sua apparente serenità, la sua pacata saggezza nell’argomentare problemi complessi, la sua insaziabile curiosità rivolta a tutti gli aspetti della condizione umana potessero coesistere con l’esperienza dei drammi attraversati nel corso della sua lunga vita: l’invasione tedesca della Polonia, l’olocausto, la partecipazione alla guerra, da giovanissimo, nelle truppe polacche arruolate dall’Armata Rossa, la dura militanza politica e teorica, inizialmente da marxista, l’espulsione dall’università di Varsavia in seguito a un’ennesima ondata di antisemitismo, la temporanea attività didattica all’università di Tel Aviv, da cui si allontanò per dissapori sulla politica sionista, fino al pluridecennale insegnamento a Leeds e all’acquisto della cittadinanza britannica.
La sua fama viene normalmente associata all’idea di “società liquida” e di tanti altri fenomeni catalogati sotto l’etichetta della “liquidità”. Tale proprietà attribuita al mondo moderno e “postmoderno” costituisce, in effetti, uno dei suoi maggiori contributi alla comprensione del presente, la cui lontana origine può essere fatta risalire a una frase del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels (già ripresa da Marshall Berman in All that is solid melts into air, del 1985), in cui si afferma che, con la borghesia, tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria e tutto ciò che è sacro viene profanato. Bauman aveva acutamente articolato questo spunto isolato nell’ampia analisi delle società contemporanee nell’era della globalizzazione diffusa. Le aveva descritte come caratterizzate dall’indebolimento o dall’impotenza di quelle strutture (come lo Stato-nazione) che avevano in precedenza garantito le “strategie di vita” e l’orizzonte di senso dei singoli e delle collettività.
Da ciò faceva discendere una serie di fattori: l’individualismo di massa, per cui si allentano sia i legami tra persone e istituzioni, sia quelli delle persone tra loro (segnalava, a questo proposito, il fatto che negli Stati Uniti i divorzi dopo due anni di matrimonio fossero saliti al 50% e che si stesse diffondendo la moda dello speed-dating, degli- incontri-lampo e senza impegno per cuori solitari); l’affievolirsi nelle coscienze dei valori etici, che, a causa della rapidità dei mutamenti, non riescono più a sedimentarsi in abitudini e tradizioni; la solitudine degli individui, che trova una parziale compensazione nello sforzo di allontanare sempre più il pensiero della morte; il desiderio di consumare la vita al pari di ogni altra merce, alla ricerca nello shopping di una felicità da afferrare avidamente prima che sfugga l’occasione. Alla struttura si sostituisce così la rete, alla durata la provvisorietà, al culto della memoria la propensione all’oblio, alla padronanza di sé la preoccupazione per la propria incolumità di fronte a pericoli incontrollabili come il terrorismo.
Eppure, questo aspetto ’liquido’ che sembra onnipervasivo si restringe a quella parte del genere umano che vive nelle zone più fortunate e sicure del pianeta o nelle sparse nicchie ritagliate altrove dai privilegiati. Nel resto del mondo, l’ordine della modernità capitalistico-liberale, che si esprime attraverso la globalizzazione diffusa, ha invece creato un’umanità di esseri in esubero, i quali – analogamente ai rifiuti prodotti dalla società industriale – hanno le loro discariche e non sono più utilizzabili. La globalizzazione ha i suoi salvati e i suoi sommersi. Con un cambiamento di direzione rispetto ai flussi migratori dell’età del colonialismo, le “vite di scarto” invadono i paesi meno segnati da fame e da guerre, che si sentono perciò minacciati. Da quando la modernizzazione compulsiva ha permeato il resto del mondo, «gli effetti del suo dominio planetario sono ricaduti su chi li ha provocati»: «Loro sono troppi» e «Noi non siamo abbastanza» si dice allora nelle nazioni a natalità decrescente.
L’ordine è così diventato disordine, generando ulteriori paure e incertezze nei confronti del futuro. Queste ultime, tuttavia, s’innestano e si sommano a quelle da sempre comuni a tutti gli uomini. In qualsiasi società umana, in tutta la storia della nostra specie, la paura e l’incertezza sono, infatti, costanti ineliminabili. Hanno la propria sorgente nella consapevolezza, che ciascuno avverte, di dover morire, nell’orrenda prospettiva della putrefazione del corpo e del precipitare della vita nel nulla o nell’ignoto. Tutte le civiltà rappresentano pertanto delle reazioni all’esistenza effimera degli individui, “fabbriche di trascendenza”, ossia di superamento incessante di ciò che si trova prima che l’immaginazione della cultura si metta in moto nel creare l’illusione necessaria della permanenza e del senso delle cose. La civiltà trionfa sulla morte soprattutto quando essa non «appare sotto il proprio nome», là dove «riusciamo a vivere come se la morte non ci fosse o non ci importasse».
Quello che, per sua stessa ammissione, Bauman si è sforzato di fare è stato di indurci a guardare «con occhi un po’ diversi, il fin troppo familiare - o così si dice - mondo moderno che tutti condividiamo e abitiamo». Nell’assegnare alla nostra parte di mondo il carattere ineliminabile della “liquidità”, egli ha, tuttavia, sottovalutato i recenti sviluppi storici. Con il progressivo manifestarsi dei lati negativi della globalizzazione, si scopre oggi, sempre di più, la solida durezza e la spigolosità del reale, la difficoltà di oltrepassare i limiti di benessere e di sicurezza promessi negli ultimi decenni del secolo scorso. Inoltre, a causa del prolungarsi in molti paesi della crisi finanziaria del 2007/2008, anche la felicità data dallo shopping diminuisce nella stessa proporzione in cui lo shopping stesso è costretto a diminuire. Si direbbe che il nostro tempo cominci a somigliare, in misura inquietante, agli anni Trenta del Novecento, con il ritorno dei nazionalismi e del protezionismo e con la richiesta di chiusura delle frontiere. Anche l’Occidente si sente meno liquido. Avanza l’esigenza di un nuovo senso di responsabilità e aumenta la consapevolezza della drammaticità delle decisioni.

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