29.12.17

G8, anche il poliziotto delle molotov fa carriera nella Stradale del Lazio

Condannato a tre anni per falso - Le prove inventate contro i manifestanti

Il poliziotto delle molotov alla Diaz del G8 di Genova. Pietro Troiani – dopo la condanna e il rientro in servizio – fa un balzo in carriera: sarà il dirigente del Centro operativo autostradale di Roma che ha competenza su tutto il Lazio. Il principale d’Italia.
La comunicazione è della settimana scorsa. Un altro protagonista del G8 che fa un balzo in carriera. “Troiani era e resta vicequestore”, fanno sapere fonti del Viminale. “Ma nell’ultimo carosello di promozioni gli viene affidato un incarico apicale da dirigente della Stradale tra i più ambiti d’Italia, anticamera per ulteriori salti in carriera a cui ormai siamo abituati. È un danno all’immagine e all’organizzazione della polizia”, commenta Filippo Bertolami del sindacato Pnfd (polizia nuova forza democratica).
Secondo i magistrati genovesi, Troiani (condannato in Cassazione a tre anni per falso) sarebbe il poliziotto che nei giorni tragici del G8 avrebbe detto al suo autista di portare alla Diaz le famose molotov. Quelle bombe che dovevano far passare i manifestanti ospitati nella scuola come pericolosi estremisti pronti a compiere atti di violenza. Parliamo della Diaz teatro della “macelleria messicana (la definizione è del poliziotto Michelangelo Fournier) compiuta dalle forze dell’ordine: pestaggi e violenze contro ragazzi inermi.
Scrissero i pm negli atti di conclusione delle indagini: Troiani “consegnava, per il tramite di un assistente da lui all’uopo diretto, due bottiglie incendiarie del tipo Molotov a colleghi e funzionari di polizia superiori per grado, intenti alle operazioni di perquisizione e in particolare alla ricerca di armi che riconducessero agli occupanti dell’edificio la responsabilità degli scontri avvenuti con le forze dell’ordine nei giorni precedenti e l’appartenenza al gruppo definito Black Bloc”.
Troiani, essendo stato anche affidato ai servizi sociali dopo la sentenza, ha da tempo ripreso servizio, prima degli altri poliziotti condannati per il G8. Era tornato a svolgere il suo ruolo nella Stradale. E adesso ecco il nuovo prestigioso incarico. È soltanto l’ultimo caso. Pochi giorni fa era toccato a Gilberto Caldarozzi (condannato a 3 anni e 8 mesi per falso), il braccio destro di Gianni De Gennaro (capo della polizia ai tempi del G8) appena destinato a diventare numero due della Direzione investigativa antimafia.
Le carriere non avevano subito stop neanche durante i processi: Francesco Gratteri era diventato capo della Direzione centrale anticrimine; Giovanni Lupericapo-analista dell’Aisi (il servizio segreto interno). Filippo Ferriguidava la squadra mobile di Firenze; Fabio Ciccimarra era capo della squadra mobile de L’Aquila e Spartaco Mortola capo della polfer di Torino. Non solo: tra gli indagati e i condannati diversi ottennero poi consulenze e incarichi presso aziende pubbliche e private. Caldarozzi fu scelto da Finmeccanica, società controllata dallo Stato e presieduta all’epoca proprio da De Gennaro.
Adesso, dopo la sospensione e il rientro in servizio, le carriere dei poliziotti condannati sembrano ripartire. Anzi, accelerare nell’imminenza della fine della legislatura.

31.10.17

"Hitler era vivo in Colombia nel 1955 [col nome di Adolf Schrittelmayor]". Ma una foto getta ombre sul documento Cia desecretato


"Hitler era vivo in Colombia nel 1955". Ma una foto getta ombre sul documento Cia desecretato
L'ex ufficiale delle Ss Philippe Citroen accanto al presunto Hitler nella foto allegata al documento Cia 

La Repubblica

Con un dispaccio del 3 ottobre 1955, l'agente Cimelody-3 comunicava di aver ottenuto l'informazione da una sua fonte entrata in contatto con un ex ufficiale delle Ss. Ma nell'immagine allegata, l'uomo indicato come il dittatore ha lo stesso aspetto di sempre. E avrebbe mantenuto anche il nome di battesimo: Adolf Schrittelmayor la sua nuova identità

NEW YORK - In un file desecretato dalla Cia, sino ad oggi custodito dagli Archivi Nazionali Usa, si afferma che Adolf Hitler potrebbe essere sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale e non morto suicida nel suo bunker il 30 aprile del 1945, mentre Berlino cadeva sotto l'avanzata dell'Armata Rossa.

Nel documento, datato 3 ottobre 1955 e consultabile sul sito internet della Central Intelligence Agency, un agente dal nome in codice Cimelody-3 sostiene di essere stato "contattato il 29 settembre 1955 da un amico fidato" in Colombia, che aveva servito sotto il suo comando in Europa e che "attualmente risiede a Maracaibo". La fonte avrebbe raccontato all'agente Cimelody-3 di "aver saputo da un ex membro delle Ss tedesche, in via confidenziale, che Adolf Hitler" era ancora vivo nel 1955.

La storia, dunque, sarebbe tutta da riscrivere, se non fosse per la "prova" allegata al dispaccio d'intelligence: una foto, datata "Tunga, Colombia, America del Sud, 1954", che ritrae l'ex ufficiale delle Ss, Phillip Citroen, assieme a Hitler in quella che sarebbe la nuova identità assunta da rifugiato in Sudamerica: Adolf Schrittelmayor.

Il punto è che Hitler non avrebbe mantenuto solo il nome di battesimo: nella foto appare esattamente come tutti  lo ricordano, espressione, baffi, postura. Nel 1954, mentre il mondo lo credeva morto ma russi e americani continuavano a cercare le prove definitive della sua fine, Hitler si era rifatto una vita in Colombia mantenendo il suo aspetto di sempre in barba a tutti gli identikit redatti dagli esperti delle varie intelligence per delineare come avrebbe potuto trasformarsi. Poco credibile.

I sovietici, in particolare, per anni hanno affermato di essere in possesso di alcuni resti di Hitler, anche se i corpi del dittatore e di Eva Braun erano ufficialmente stati cremati dopo il suicidio. Poi allo scienziato americano Nick Bellantoni della Università del Connecticut fu permesso di esaminare quei resti nel 2009, concludendo che il frammento di un teschio in possesso di Mosca apperteneva a una donna di età compresa tra i 20 e i 40 anni, mentre Hitler aveva 56 anni nel 1945.

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 Le immagini che seguono sono tratte dal sito http://www.maxportal.hr/premium-sadrzaj/cia-objavila-tajni-dokument-adolf-hitler-je-prezivio-drugi-svjetski-rat/

http://www.maxportal.hr/wp-content/uploads/2017/10/hitler-cia-columbia-2.jpghttps://html2-f.scribdassets.com/9a76lfn7pc61rj55/images/2-237ff8972e.jpg

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17.7.17

Italia, a che punto è la notte

 Marco Revelli (il Manifesto)

Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slide tombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire la precedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale.
Giovedì l’Istat, nella sua nota annuale sulla Povertà, ci dice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno.
Venerdì la Banca d’Italia, nel suo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) le cose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno…
Viene in mente Isaia (21,11) e la domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dalla torre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte».
Per la verità la situazione della povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali: i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze di per sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili», essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità.
Se però si spacchettano i due insiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente, addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di «famiglie miste».
Tra le «famiglie con tre o più figli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti.
Schizzando al 26,8%. Nel Mezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%.
Tra gli «Operai e assimilati», poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentuale più del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinner operaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sono i working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto di lavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi non può permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesa mensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parte consistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni.
Infine le «famiglie miste», quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» la propria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propria miseria.
Se poi si considera il quadro nell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non solo il numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assoluta risulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione è stata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti» sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%).
Stessa dinamica per gli «operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta, drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi è ritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro.
In questa luce l’inno alla gioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbe sembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invece dall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà.
E cioè che economia e società hanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramenti dell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significano affatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante della condizione sociale).
Anzi. I ritocchini al rialzo delle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono in effetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà e delle condizioni di vita delle famiglie.
Convivono nell’ambito di un paradigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto alla finanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui il Pil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in termini sociali).
Forse nel 2019 (forse!) ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo un po’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale.
Finché non si spezzerà questo circolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitiva fine della notte.

15.7.17

Luigi Ferrajoli: «Contro le diseguaglianze ci vuole il reddito universale»

Rapporto Istat sulla povertà 2016. Intervista al filosofo e giurista Luigi Ferrajoli: «La povertà dilagante è uno degli effetti delle diseguaglianze create da politiche che hanno soppresso i vincoli del mercato». «240 miliardi di euro trasferiti dal lavoro al capitale, ora è giunto il momento di restituire il maltolto».

Roberto Ciccarelli

Luigi Ferrajoli, in dieci anni la povertà in Italia è raddoppiata. Quali sono state le politiche che hanno generato questo fenomeno?
Nasce da politiche che hanno soppresso i vincoli ai poteri del mercato che sono diventati poteri assoluti e selvaggi, hanno provocato in tutto il mondo, e non solo in Italia, un trasferimento di quote di Pil dal lavoro al capitale, dai poveri ai ricchi. Luciano Gallino calcolò nel suo ultimo libro che negli ultimi anni 240 miliardi di euro, il 15% del pil, sono stati trasferiti al capitale. È un fenomeno gigantesco, sintomo di un ribaltamento del rapporto tra politica e economia. Non è più la politica che governa la economia, ma è l’economia che detta regole alla politica. La politica ha favorito questo processo liberalizzando i capitali e abbattendo le garanzie del lavoro e i salari, cancellando i diritti.

Di recente è stata approvata una prima misura contro la povertà assoluta. La ritiene adeguata?
La forma più in accordo con il costituzionalismo, l’universalità dei diritti fondamentali e la dignità della persona è il reddito universale. Di fronte a disuguaglianze che concentrano nelle otto persone più ricche del pianeta la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, una politica degna di questo nome dovrebbe redistribuire le ricchezze sterminate esistenti. Questa concentrazione è l’effetto di un ‘iniqua redistribuzione del reddito da parte del mercato. Per cambiare direzione occorrerebbe perlomeno la garanzia di un’equa retribuzione minima per chi lavora, stabilita dall’articolo 36 della Costituzione, e un reddito minimo garantito per chi non lavora previsto dall’articolo 38. Occorrerebbe insomma restituire il maltolto, non favorire una crescita delle diseguaglianze.

La nostra Costituzione afferma che la dignità della persona si afferma anche nel lavoro. Anche 
le statistiche Istat dimostrano che anche quando si lavora si continua a essere poveri. E la «trappola della precarietà» colpisce i nuclei familiari più giovani. Come si può rispettare questo principio?
Il lavoro, dice l’articolo 1 della Costituzione, è il fondamento della Repubblica. Perciò, non è una merce, ma ha un valore. Sopprimere la stabilità del lavoro con la precarietà significa sopprimere questo fondamento della nostra democrazia. C’è una massima di Kant che andrebbe ricordata ai nostri governanti: «Ciò che ha prezzo non ha dignità, ciò che ha dignità non prezzo». Se ha valore, non ha un prezzo, e perciò non si può licenziare una persona in cambio di una manciata di mensilità come ha fatto il Jobs Act cancellando l’articolo 18. Così si distrugge la dignità della persona. Questa riforma ha eliminato la garanzia su cui si regge il nostro assetto costituzionale: l’intrinseca dignità del lavoro, trasformato in merce.

I populisti usano la povertà degli italiani contro quella degli stranieri, al punto da negare i loro diritti fondamentali. Come ribaltare questo discorso?
È la strategia di tutti i populismi, a cominciare da Trump: mettere i penultimi contro gli ultimi, i poveri contro i migranti. Si ribalta la direzione della lotta di classe: non più il basso contro l’alto, ma il basso contro chi sta ancora più in basso. Così si fomenta la lotta tra i poveri e la guerra contro i poverissimi: i migranti, ad esempio. Vorrei ricordare che il diritto di migrare è il più antico diritto naturale teorizzato nel 500 da Francisco de Vitoria per giustificare la colonizzazione spagnola e lo sfruttamento dei popoli. Da allora è rimasto una norma del diritto internazionale che ha giustificato le rapine che l’Occidente ha fatto in tutto il mondo. Il diritto di migrare è stato un diritto universale riconosciuto a tutti, ma asimmetrico. Nel senso che solo gli europei potevano di fatto esercitarlo e non certo i popoli colonizzati. Oggi che il flusso migratorio si è ribaltato e sono gli altri popoli a migrare, questo antico diritto è stato rimosso e il suo esercizio è stato convertito nel suo opposto, in un reato. Le leggi odierne sull’immigrazione esibiscono questa eredità razzista.

I tagli e le politiche di austerità hanno aggredito un altro diritto fondamentale: la sanità. Dobbiamo rassegnarci alla dismissione del pubblico e alla sua gestione privatistica?
Assolutamente no. Questa azione insensata non può cancellare il diritto alla salute, che è un diritto costituzionale, base dell’uguaglianza, e perciò universale e gratuito. Una politica come quella dei ticket, insieme alla precarizzazione del lavoro e delle tutele, hanno spinto 11 milioni di persone a rinunciare alle cure anche fondamentali perché non hanno le risorse finanziare. Senza contare che la somma ricavata dai ticket è ridicola: 4 miliardi su 110 di fondo nazionale.

Nel Lazio esiste una vertenza esemplare della situazione che descrive. Dopo anni di lotte, ai lavoratori esternalizzati della Sanità regionale è stato riconosciuto il lavoro di anni. Avranno un punteggio che potranno utilizzare nei prossimi concorsi. Il governo ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale la legge regionale. Che ne pensa?
È una decisione giuridicamente infondata perché la legge regionale non è subordinata alla legge statale. Tra l’altro la legge statale permette questi riconoscimenti a chi lavora presso le Asl e non solo a chi lavora alle loro dirette dipendenze. La legge in questione estende le tutele del lavoro sulla base del riconoscimento di titoli professionali. È insensato sanzionare una legge regionale a causa di una modestissima norma che dà un punteggio preferenziale a chi già lavora da anni nel settore e ha una professionalità attestata dalle stesse istituzioni. Gli unici a essere danneggiati saranno i lavoratori precari ed è inaccettabile.

Cosa dovrebbe fare la Regione Lazio?
Mi auguro che difenda la sua legge davanti alla corte costituzionale sperando che dia torto al governo, sulla base di argomenti anche soltanto formali; se non altro a difesa dell’autonomia e della potestà legislativa della Regione.

***
Luigi Ferrajoli è uno dei massimi teorici del diritto. Negli anni Sessanta ha partecipato alla fondazione di Magistratura Democratica, è stato magistrato presso la pretura di Prato fino al 1975 . Dal 2014 è professore emerito di filosofia del diritto a Roma Tre. È autore di più di 30 libri tradotti in tutto il mondo. Ha scritto capolavori come « Diritto e Ragione. Teoria del garantismo penale» (1989) e «Principia Iuris. Teoria del diritto e della democrazia» (3 voll.) (2007)

31.5.17

La «filosofia» dell’euro e la memoria di Bretton Woods

Robert Skidelsky e Giorgio La Malfa (sole24ore)

Nel cercare di analizzare la natura dei problemi che rendono difficile il cammino dell’Unione Monetaria Europea e dell’euro in particolare, vi è molto da imparare dalle discussioni che precedettero ed accompagnarono la Conferenza di Bretton Woods del luglio del 1944, nella quale venne definito l’assetto economico del secondo dopoguerra.Da un lato vi era il piano preparato da John Maynard Keynes che prevedeva la creazione di una nuova istituzione, la International Clearing Union (Icu), da porre al centro del sistema internazionale dei pagamenti. Dall’altro vi era il progetto, assai meno ambizioso, elaborato dal sottosegretario americano al Tesoro, Harry Dexter White, per l’istituzione di un Fondo Monetario Internazionale. Fra i due programmi fu ovviamente il secondo, sostenuto dal Governo americano, ad avere la meglio.
I due progetti avevano un comune punto di partenza: l'esigenza di adottare un regime di cambi fissi per evitare il ripetersi delle svalutazioni competitive degli anni 30 e la frequente tentazione per gli Stati di ricorrere, per tutelare la propria posizione valutaria, a tariffe, quote e, in generale, al protezionismo. E tuttavia i due progetti differivano radicalmente nella loro impostazione. Le differenze riguardavano il ruolo dell'oro, le funzioni della nuova istituzione e, soprattutto, i meccanismi di aggiustamento fra Paesi creditori e Paesi debitori. Keynes proponeva di ridurre drasticamente il ruolo dell'oro nelle transazioni internazionali, fino a eliminarlo del tutto. In questo modo si sarebbe ridotto l'effetto deflazionistico derivante dall'insufficienza delle riserve auree a livello mondiale. Sarebbe stata la Icu a emettere una moneta creata ex-novo, il Bancor, in quantità sufficienti a sostenere il commercio internazionale e la crescita economica. White riteneva, invece, che l'oro, di cui gli Stati Uniti detenevano riserve ingentissime, dovesse conservare il suo ruolo centrale come punto di riferimento del sistema dei cambi fissi.
L'altra differenza cruciale fra i due progetti riguardava il meccanismo di aggiustamento degli squilibri delle bilance dei pagamenti. Come è evidente, al surplus di un Paese corrisponde il deficit di uno o più degli altri Paesi. E questo squilibrio richiede di essere corretto. Il problema è chi debba fare lo sforzo di operare la correzione. La tesi di Keynes era che la responsabilità di mantenere l'equilibrio nel commercio internazionale dovesse essere pienamente condivisa fra i Paesi debitori e i Paesi creditori. I Paesi debitori dovevano certamente fare degli sforzi per contenere la domanda interna, ma anche i Paesi creditori avrebbero dovuto fare la loro parte, espandendo la domanda interna in modo da contribuire alla correzione degli squilibri. L'eliminazione dei surplus dei Paesi creditori avrebbe «fatto alzare tutte le navi».In tal senso, per costringere i Paesi in surplus a collaborare, Keynes prevedeva che le giacenze non utilizzate di Bancor dei Paesi con un attivo di bilancia dei pagamenti sarebbero state tassate con aliquote progressive e, in ultima analisi, confiscate.
In quel momento – si era alla fine della guerra – gli americani avevano un forte attivo della bilancia dei pagamenti. Per questo rifiutarono l'idea di un obbligo per i Paesi in surplus di spendere il loro sovrappiù per aiutare i Paesi in deficit. Si opponevano anche all'idea di una nuova moneta, come il Bancor, pensando che il dollaro sarebbe stato il punto di riferimento del sistema. Non c'era bisogno di una banca, ma di un ente (che fu poi il Fondo monetario internazionale) che aiutasse, con i suoi prestiti, i Paesi in deficit ad avere più tempo per introdurre le correzioni necessarie alla loro domanda interna. Da questa idea si è progressivamente sviluppata la filosofia dell'austerità, cioè della condizionalità dei prestiti alle misure restrittive della domanda interna. Questa filosofia non solo ha dominato le relazioni economiche internazionali in questi anni, ma è stata assunta come visione di fondo dell'Unione monetaria europea.Rappresentando un Paese uscito dalla guerra più forte di quando vi era entrato, gli americani imposero la loro concezione. Non tesaurizzarono però il loro surplus: attraverso misure come il Piano Marshall aiutarono la ripresa dei Paesi debitori. Finché conservarono un surplus, gli Stati Uniti poterono fornire il mondo dei dollari necessari.
Negli anni 60 venne meno l'attivo della loro bilancia dei pagamenti. Sorsero dei dubbi sulla solidità della garanzia di convertibilità del dollaro che era stata posta al centro del sistema di Bretton Woods. Alcuni Paesi chiesero la conversione in oro delle proprie disponibilità di dollari e l'America dovette precipitosamente dichiarare la libera fluttuazione del dollaro. Di colpo si passò ai cambi fluttuanti che hanno potentemente contribuito al grande disordine internazionale degli anni 70 ed 80. La lezione di questi avvenimenti è questa: un regime di cambi fissi non può sopravvivere in presenza di un persistente squilibrio nei saldi delle bilance dei pagamenti. Dunque è cruciale il problema di come ripartire l'onere della correzione degli squilibri.Questi semplici elementi storici sono utili nel valutare l'esperienza della moneta comune europea. Il Trattato di Maastricht del 1992 istituì l'Unione monetaria europea, creò la Banca centrale europea e previde il passaggio a una moneta comune a partire dal primo gennaio del 1999. L'introduzione dell'euro doveva essere il primo passo verso una piena unione economica (e politica), verso un vero e proprio Stato federale europeo. Ma, da questo punto di vista, non vi è stato alcun progresso significativo nel corso di questi diciotto anni. Per certi aspetti, l'Unione monetaria europea rappresenta un passo in avanti rispetto al Fondo monetario e un avvicinamento all'idea di Keynes di una nuova moneta generata da una nuova istituzione. Ma a differenza del Bancor, che doveva alimentare il commercio internazionale e lo sviluppo economico, la gestione della moneta europea è vincolata a una rigida visione antinflazionistica che ha dominato l'Uem, seppure tardivamente temperata, quando la crisi europea ha assunto proporzioni molto gravi, dal Quantitative easing del presidente Draghi.Peraltro, sul punto cruciale della cura degli eventuali squilibri delle bilance dei pagamenti, Maastricht non ha previsto nulla, né a carico dei Paesi debitori, né, tantomeno, a carico dei Paesi in surplus.
Ma, mentre ai Paesi in deficit, a un certo punto la correzione viene imposta dalle cose (per esempio dalla difficoltà di rifinanziare sui mercati privati dei capitali un deficit persistente di bilancia dei pagamenti), non vi è nell'Unione monetaria europea, alcun meccanismo per obbligare i Paesi in surplus a liberarsi del loro attivo.Dunque, la moneta unica europea non è niente altro che un regime di cambi fissi (e immutabili) fra i Paesi partecipanti allo schema, in cui i Paesi in surplus non hanno obbligo alcuno di concorrere alla correzione degli squilibri commerciali, mentre i Paesi in deficit sono costretti, prima o poi a introdurre politiche severamente deflattive senza poterle alleviare con una correzione delle parità, come era nell'originario regime di Bretton Woods. A questo si aggiunge il bias deflazionistico della politica monetaria e le regole per la correzione dei deficit pubblici. Il quadro risultante è seccamente deflattivo.L'insieme di questi elementi spiega largamente la performance così negativa dell'Uem nei suoi primi diciotto anni di vita in termini di crescita e di posti di lavoro in paragone sia ai Paesi europei non-euro, sia agli Stati Uniti. Il cambiamento profondo delle attitudini delle pubbliche opinioni rispetto al progetto europeo che tutto questo ha causato rende del tutto improbabile che possano essere intrapresi dei passi per il completamento dell'euro.E in ogni caso: che cosa significherebbe completare l'euro? Si può introdurre un obbligo di aggiustamento a carico dei Paesi in surplus? Il precedente di Bretton Woods dice che è molto improbabile che i Paesi in surplus accettino di condividere l'onere del riequilibrio con i Paesi in deficit. Come allora gli Stati Uniti, così oggi è improbabile che la Germania accetti una filosofia di questo genere. Preferirà insistere, come del resto ripete sistematicamente, che la sola strada per la salvezza è il lavoro duro e l'astinenza da parte dei Paesi in deficit.Queste sono le cause dell'andamento così insoddisfacente dell'Eurozona, il quale, a sua volta, spiega la grave e crescente intolleranza delle opinioni pubbliche di molti Paesi europei verso l'euro. Una ripresa economica solida dell'Uem attenuerebbe queste ostilità. Ma l'Uem non può crescere in misura adeguata se non muta la sua filosofia. E non sembra possibile che muti la sua filosofia.
L'insoddisfazione pubblica può essere repressa a lungo, ma, come si è detto, i regimi di cambi fissi che non prevedono un meccanismo di aggiustamento simmetrico sono condannati. Così come la miopia di White ha portato dopo venticinque anni alla fine di Bretton Woods, la mancanza di un impegno solidale per far tornare la crescita e la piena occupazione in Europa non potrà che produrre un analogo sconquasso. A meno, ovviamente, che non intervenga una riconsiderazione fondamentale delle basi dell'Unione monetaria europea.

10.2.17

Genitori, la speranza si insegna ma non scippatela ai vostri figli

 Il 10 febbraio a Pavia l’«Arca delle virtù», il primo convegno internazionale dedicato alla «Speranza». 
Qui pubblichiamo in anteprima l’intervento della psicologa

 Silvia Vegetti Finzi (Corriere)

Nella riflessione di Agostino la speranza, non solo occupa un posto centrale, ma costituisce l’elemento dinamico, il motore che anima il suo sistema filosofico. Quando definisce il tempo come «tensione dell’anima», riconosce nella speranza il vettore che congiunge la storia umana all’eternità, la città terrestre alla città celeste, l’attesa alla felicità. Una felicità inscritta nel piano divino della salvezza ma profondamente radicata nell’esistenza umana. Mentre per Paolo di Tarso la speranza è un dono di Dio, della sua grazia, Agostino ne coglie le premesse nel cuore stesso dell’uomo, nella sua interiorità. Nella nostra memoria profonda sussiste infatti l’impronta di una felicità totale, una condizione che non abbiamo mai sperimentato, ma che tende a essere ripristinata . La pretesa di riottenere ciò che non c’è più e non c’è ancora fa della speranza una manifestazione del desiderio. Un desiderio instabile e turbolento che richiama, forzando l’analogia, il modello di inconscio teorizzato da Freud. In ambito teologico poi, allacciando la speranza alla carità, Agostino ne sottolinea la dimensione affettiva e relazionale, l’apertura all’altro che essa comporta.

Ma per comprendere appieno la rivoluzione provocata dalla filosofia morale di Agostino dobbiamo confrontarla con la tarda concezione pagana, rappresentata dallo stoicismo. Per il saggio stoico, incarnato nella figura dell’intellettuale aristocratico, la felicità consiste nell’ esercizio della virtù, intesa come controllo delle componenti irrazionali dell’anima.

Scopo della virtù è raggiungimento di uno stato di atarassia, di imperturbabile calma, capace di sottrarre l’uomo tanto all’impeto delle passioni quanto alle contrarietà del destino. Saggio è colui che, inscrivendo la propria vita nell’ordine necessario del mondo, vuole ciò che accade. A quella sobria, rinunciataria promessa, Agostino contrappone una felicità totale, incondizionata ed eterna, non qui, sulla terra, ma nell’al di là, quando la misericordia divina accoglierà in cielo l’umanità redenta. La sua promessa si rivolge a tutti , anche e soprattutto a chi non ha altra speranza che la speranza stessa. Siamo nel IV secolo, negli anni tragici della caduta dell’impero romano, anni di decadenza materiale e morale che culmina nel sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico nel 410. La crisi di un’epoca che molti storici paragonano alla congiuntura negativa che stiamo vivendo.

Nella concezione agostiniana sperare non consiste soltanto nell’attesa passiva di un premio. Comporta piuttosto un soggetto attivo, propositivo, capace di orientare l’impeto dei desideri verso la verità e il bene. Il verbo «sperare» non conosce il passivo, nessuno può essere «sperato» da un altro.

Il fatto che la speranza nasca nel cuore dell’uomo e sia gestita in prima persona da un soggetto desiderante la rende particolarmente suscettibile a una progettualità educativa. Così intesa, la formazione alla speranza si propone innanzitutto di propiziare sentimenti di fiducia, atteggiamenti positivi verso se stessi e gli altri, di suscitare e alimentare l’inclinazione ad andare oltre, a cambiare le cose, a individuare nuovi percorsi e nuovi fini.

A questo scopo le parole del maestro non sono determinanti, hanno solo una funzione di stimolo perché la verità è raggiungibile, secondo Agostino, con procedure introspettive, con pratiche di conoscenza di sé, diremmo ora con l’autoanalisi e l’autobiografia. Ora, nella tarda modernità, dopo l’eclisse del futuro provocata dalla secolarizzazione della società e dal crollo delle grandi utopie del Novecento, una pedagogia della speranza s’impone come un compito ineludibile. Il persistere di una grave crisi, economica e morale, sembra aver deprivato l’orizzonte di promesse, abbassato il livello delle attese, compresso il futuro nelle anguste dimensioni del presente.

Eppure, come aveva rilevato Agostino, persiste nel cuore umano una pretesa di felicità che non si lascia appagare da soddisfazioni parziali e contingenti. Ed è da questo inesauribile afflato che può prendere le mosse, nell’epoca della morte di Dio e della fine della storia, un progetto di educazione morale. L’incapacità, tanto di evocare un futuro ultraterreno, quanto di proporre scenari storici di grandi proporzioni, riporta la morale contemporanea alla sobrietà dell’etica stoica, all’esercizio di una virtù individuale, cui sono predisposti tutti gli uomini in quanto animali razionali.

Tuttavia nei secoli che ci separano dall’antichità, molte cose sono cambiate. le nostre esperienze e conoscenze, la stessa percezione che abbiamo di noi stessi, ci impediscono di nutrire, nella ragionevolezza umana, la fiducia dei filosofi antichi.

Il romanticismo ha riconosciuto, nel caos delle passioni, nell’irrazionalità dei sentimenti, non una deviazione, ma una manifestazione della natura umana. E, nel Novecento, la contrapposizione tra ragione e passione è stata riformulata, nella concezione psicoanalitica, come interazione tra conscio e inconscio, pulsioni e censure, Eros e Thanatos.

L’uomo classico, padrone di sé e del mondo, secondo l’immagine leonardesca, si è trasformato in un soggetto impigliato nelle sue contraddizioni, un individuo debole, suggestionabile, dominato da quelle che Spinoza definiva le «passioni tristi»: stati d’animo d’ impotenza, stanchezza, sfiducia che lo inducono a vivere nella paura rinunciando alle risorse della speranza.

Il una modernità «liquida», secondo la nota definizione di Baumann, incapace di emergere dai flussi della quotidianità , risulta impossibile rappresentare quanto non c’è ancora, prevedere l’avvenire, confidare nei vantaggi di un progresso inarrestabile. I desideri, privi di uno schermo sul quale proiettare attese e previsioni, ricadono inerti nelle angustie del presente. E all’individuo, solo e spaventato, non resta che consegnare la realizzazione dei suoi incompiuti desideri ai discendenti più prossimi, figli e nipoti. L’educazione morale diviene così un compito privato, centrato sulle aspettative dell’ educatore più che sulle potenzialità dell’educando.

Spaventata da un domani imprevedibile e minaccioso, la famiglia contemporanea cerca in ogni modo di difendere i figli dal fallimento esistenziale assicurando loro sicurezza, benessere e, se possibile, successo sociale. Addestrati sin dall’infanzia alla competizione e alla lotta da genitori trasformati in allenatori, i bambini attuali vivono in modo radicalmente diverso dalle generazioni precedenti.

I rischi d’insuccesso in una gara che contrappone tutti a tutti si rivelano duramente nel costante incremento, che supera ormai il 20%, degli inattivi di età compresa tra i 14 e i 24 anni. Ragazzi «né né», che non studiano e non lavorano, non desiderano e non pensano. In uno stato di anestesia esistenziale, non chiedono nulla a nessuno, tanto meno a se stessi. Gli adulti li supplicano con angoscia di uscire dall’isolamento, di tornare tra noi. Ma l’appello non viene recepito e migliaia di giovani , gli occhi puntati allo schermo, le orecchie sigillate dagli auricolari, la bocca silenziata dalla mancanza di domande, rimangono vicini, a portata di mano, eppure lontani come extraterrestri intravisti dall’oblò di un’astronave.

Incapaci di infrangere uno stato di esasperato solipsismo, di abbandonare circuiti di pensiero che, come nella reversibilità dei videogiochi, procedono privi di scopo e di senso, gli auto-sequestrati si limitano a sopravvivere.

Umberto Galimberti li descrive così: «…virtuosi dell’irresponsabilità, senza alcun riguardo per la propria storia personale, senza rispettare impegni e senza temere le eventuali conseguenze del proprio agire, dal momento che tutte le scelte sono disponibili e quelle effettuate tutte revocabili». «Il mondo non mi chiede niente», lamenta un’adolescente che, apparentemente ha tutto, anche troppo, salvo un motivo, uno solo, per abbandonare la sua cameretta.

In una società che non sa prospettare un futuro possibile e desiderabile, alle ultime generazioni si presentano due alternative: lottare per l’affermazione di sé, il successo e il prestigio affrontando una competizione feroce, oppure gettare la spugna, scendere dal ring della vita lasciando che i giorni fluiscano nell’indifferenza, nella noia, nel vizio antico dell’accidia.

In entrambi i casi assistiamo a un collasso della speranza, svanita insieme al catalogo delle passioni e delle virtù. Per fortuna tra questi due estremi si collocano tanti adolescenti e giovani alla ricerca di un’autentica realizzazione di sé, di una vita non fine a se stessa, spesa alla conquista di un successo effimero, ma finalizzata alla costruzione di un futuro positivo per tutti.

A tal fine l’educazione, se non intende ridursi a strumentale trasmissione di contenuti e di metodi, deve mirare a cambiare le disposizioni interiori dei ragazzi, l’animo oltre che il mondo. Non basta allora dichiarare i valori che la orientano, ma occorre giustificarli e testimoniarli: «dite quello che fate e fate quello che dite», avverte la grande psicoanalista Françoise Dolto. Solo la testimonianza rende vive e vere le dichiarazioni di principio, facili da enunciare, difficili da realizzare. Non si tratta di imporre, come in passato, comportamenti prefissati, né di indurre un galateo della vita, ma di promuovere atteggiamenti di fiducia e di speranza, gli unici capaci di costruire saldi progetti di felicità. Infranti gli stampi della tradizione, spetterà poi a ciascuno scegliere la meta da raggiungere e la strada da intraprendere.

Come primo passo occorre però che gli educatori, superando la paura, concedano ai bambini progressivi margini di autonomia e di indipendenza, possibilità di valutazione, di scelta e di dissenso. La speranza è un arbusto che cresce libero e spontaneo: nessuno spera per dovere o per forza. Non si tratta di un lascito testamentario ma di un obiettivo da prefigurare e perseguire liberamente. In questi anni invece i piccoli crescono in un regime di massima sicurezza che controlla ossessivamente spazi e tempi della loro vita. Lo sguardo degli educatori non li abbandona mai: l’agenda che scandisce la loro giornata non prevede fessure di autonomia. Fin da piccoli seguono un circuito obbligato: casa—scuola—compiti— tempo libero (che meno libero non potrebbe essere)—rientro a casa, cena e buonanotte.

Sono bambini buoni, troppo buoni, bambini che non sbagliano mai: e come potrebbero? Sottratti a ogni rischio, non conoscono le ginocchia sbucciate, ma neppure le potenzialità del loro corpo. Eppure senza tentare, mettersi alla prova, sbagliare e ricominciare, non saranno mai in grado di cavarsela da soli. La vita s’impara solo vivendo.

Spesso le mamme sono così adesive da diventare confusive. Parlando della scuola dicono:«adesso andiamo a fare in compiti», «dobbiamo impegnarci di più», «sono certa che ce la faremo». E il fragile Io del figlio resta così soffocato da un’indistinzione che non gli consente di disegnare i confini della sua identità, di distinguere tra sé e l’altro, tra dentro e fuori, tra le speranze proprie e altrui. Di fronte alle scelte della vita (il ciclo di studi, il progetto professionale, ma anche gli amici, lo sport, le lingue straniere, i viaggi, il partner) sono sempre di più i genitori che avocano a sé ogni decisione: «perché iscriversi al Classico quando lo Scientifico è più conveniente? ; «è’ assurdo fare l’attore, meglio il notaio», «perché seguire l’Erasmus a Barcellona quando Londra offre più possibilità?» e via di seguito. Nessuna considerazione per i talenti, gli hobby, i desideri, le aspirazioni del figlio. Ma un’educazione morale è anche una educazione sentimentale, che riconosce e sostiene le inclinazioni personali, che insegna ad agire ma anche a sentire nel modo giusto.

Invece il timore dell’insuccesso è tale da giustificare ogni prevaricazione sul figlio, esercitata per il suo bene naturalmente, sebbene nessuno sappia quale sia il bene del ragazzo se non lui stesso. Lo si deve informare, consigliare, ma infine spetta a lui scegliere quando partire, la rotta da seguire , il porto da raggiungere.

La speranza è un potenziale della gioventù ma, se viene confiscata dagli adulti, ogni possibilità di esprimersi si devitalizza: la tensione si smorza e il futuro si rattrappisce.

Finite le utopie dell’Uomo nuovo, che offrivano immagini e parole collettive, ciascuno, divenuto l’intellettuale di se stesso, è chiamato a delineare il proprio futuro. Ma, per pensare ciò che ancora non c’è, per dare un volto alla felicità, per tratteggiare percorsi mai percorsi, occorre usare la fantasia, l’immaginazione, il sogno ad occhi aperti. Come dice Moni Ovadia: «Abbiamo bisogno di sogni per sentirci svegli».

Invece diffidiamo della fantasia: temiamo che ci distolga dalla realtà, che evochi l’irrazionale e , oltrepassando i limiti, ci induca all’eccesso. Ci affidiamo piuttosto alla ragione calcolante, a una razionalità tecnica e burocratica che procede automaticamente, in modo neutro e impersonale, senza interrogarsi sui fini, senza controllare i mezzi che utilizza arbitrariamente.

La lezione dell’Olocausto, avverte Bauman, insegna che quell’orrore sarebbe stato impensabile e inattuabile senza l’indifferenza morale indotta dalla ragione strumentale. La burocrazia e la tecnica, che esprimono il più alto livello di efficienza raggiunto dalla civiltà occidentale, hanno frammentato le responsabilità sino a produrre la «banalità del male» di cui parla Hanna Arendt. La responsabilità morale può essere assunta solo da un soggetto che, emancipato dalla dipendenza infantile, riconosce il suo desiderio e risponde delle sue azioni.

Il desiderio va oltre il semplice appagamento del bisogno. Sollecitato dalla mancanza, non ha motivo di esistere quando, ancor prima di tradursi in domanda, viene saturato da offerte improprie e premature. I genitori che dicono «a mio figlio non faccio mancare niente», non sanno, certo in buona fede, che lo stanno privando della capacità di aspettare, della risorsa di sperare. Se il desiderio rimane privo di motivazioni, di tensioni, di atteggianti critici e selettivi, si ripiega su se stesso sino a divenire «desiderio di desiderio», malinconico rimpianto di una pienezza perduta. vero che la speranza si proietta nel futuro ma le sue radici affondano nel passato: senza immagini tratte dagli archivi della memoria individuale e collettiva non c’è prefigurazione di ciò che vorremmo avvenisse. Noi lavoriamo inevitabilmente con materiali che ereditiamo da un vasto e complicato repertorio che è alle nostre spalle, osserva Salvatore Veca. L’autobiografia per l’individuo e la storia per l’umanità sono il repertorio da cui la speranza trae il materiale con cui prefigurare il futuro.

Poiché il mondo cambia in fretta, il futuro che la speranza anima e sostiene non può tuttavia essere una ripetizione del passato. L’avvenire è sempre qualche cosa di nuovo, di sorprendente, d’inatteso.

Ed è nel flusso della narrazione, intesa come costruzione, che la speranza si mantiene viva. Per questo è importante, nell’epoca degli Io multipli, che la nostra fragile identità sia ricomposta da un soggetto narrante che, collegando il passato al futuro, appronti lo schermo sul quale proiettare possibili, desiderabili attese. Tuttavia le speranze non sono necessariamente positive, può sempre accadere che il risentimento, l’invidia, l’odio e il rancore le indirizzino verso il male. Come tutte le passioni, sono composite e ambivalenti, tanto che la speranza degli uni può corrispondere alla paura degli altri. Per questo Papa Francesco, definendo la speranza «una virtù rischiosa», ci mette in guardia dalle sue ingannevoli lusinghe.

In questi anni sta drasticamente diminuendo la capacità di pensare un futuro collettivo, di immaginarlo al di fuori dalle aspettative private, spesso fragili e inconsistenti. Ma, se gli ideali religiosi e civili perdono la loro funzione di orientamento, le scelte e i comportamenti restano affidati a una gestione conflittuale e predatoria dell’io e del mio che risulta reciprocamente distruttiva. Perché la speranza di felicità diventi realtà è necessario coniugare il verbo «sperare» nella forma plurale del noi: nessuno può essere felice se gli altri sono infelici. Solo in una società giusta e solidale, aperta e accogliente, volta al bene comune, le speranze individuali possono armonizzarsi con quelle collettive. Agostino confida nell’Ordo amoris, l’amore divino che, verticalizzando il tempo, ricompone i frammenti del mondo e mette ordine nelle fratture della storia, della vita individuale, del passato e del futuro. A un’analoga speranza sembra richiamarsi Freud quando, concludendo il saggio su Il disagio della civiltà, di fronte al pericolo incombente del nazismo, confida nel trionfo dell’amore contro l’odio, l’altra delle «due potenze celesti».

L’epoca in cui viviamo reclama grandi cambiamenti ma il tragico fallimento di tante utopie ci ha impedisce di immaginare un futuro eroico e grandioso inducendoci a giustificare l’esistente solo per il fatto di esistere. La rassegnazione, non la disperazione, è oggi il più forte antidoto alla speranza. Nel crepuscolo del futuro, mentre incombe l’oblio, dobbiamo cercare di comprendere come i conflitti e le tragedie del passato si sono composti nella mappa del presente e quali cicatrici segnano tuttora la coscienza contemporanea… E, insieme, ragionare su quali speranze possano far sì che la storia non appaia come un processo già determinato, una coazione senza riscatto.

«Oggi, scrive Luigi Zoja, nessuno può illudersi di far trionfare il bene. Ma chi non lotta contro le degenerazioni del nostro tempo, perché il compito non è glorioso né epico, manca di vero coraggio».

7.2.17

Israele, solo gli ebrei possono salvare il mondo dai sionisti

di Gianluca Ferrara (ilfattoquotidiano)

Tra le molteplici farneticazioni di Donald Trump c’è anche quella di spostare l’ambasciata Usa da Tel AvivGerusalemme. Uno spostamento simbolico atto a riconoscere a Israelele sue politiche egemoniche che negli ultimi decenni è significato conquistare sempre più territori (oggi la notizia della ‘regolarizzazione’ di 4mila insediamenti). Del resto Trump ha nominato il sionista ex Goldman Sachs, Gary Cohn, direttore del National Economic Concil.

Temo che una tale provocazione, mai come prima, getterebbe l’area nel caos e a pagarne le spese sarebbero sempre i palestinesi, un popolo allo stremo che subisce le angherie del quarto esercito più potente del mondo, un esercito che dispone di molteplici armi atomiche fornite dagli Usa.

L’obiettivo malcelato dei sionisti è sottomettere l’Iran. Nonostante quest’ultimo abbia accettato l’accordo di non proliferazione nucleare proposto da Obama, prima o poi verrà trovato, come è accaduto con l’Iraq, la Libia e per procura con la Siria, il casus belli, per attaccare. Trump è l’uomo giusto perché i suoi legami economici con la Russia rendono l’orso russo mansueto.

In Medio Oriente è giunto il momento di rompere quella spirale perversa di violenza che ne genera sempre di nuova. Questo può accadere solo se la parte sana presente in Israele prevarrà e depaupererà la tracotanza dei sionisti. Unico modo per non radicalizzare il fronte palestinese. Del resto i primi a opporsi al progetto sionista di annettere la Palestina furono proprio degli ebrei. Ebrei che vivevano pacificamente con gli arabi palestinesi. Poi il progetto sionista ha rotto equilibri e devastato un’intera regione ed è vero che, come è stato fatto notare guardando la cartina dell’area, oggi Israele sembra un coltello ficcato nel mondo arabo. Già tempo fa tale nefasta colonizzazione era stata denunciata tramite una lettera pubblicata dal New York Times il 4 dicembre del 1948scritta da importanti intellettuali ebrei tra cui Albert Einstein. In essa si definisce l’azione sionista in Israele equivalente a quella dei nazisti efascisti in Europa.

I crimini d’Israele, a partire da quel 1948, sono degenerati in una violenza che ha piantato il seme della discordia e del dolore. Il dramma è che i mass media occidentali amplificano le sporadiche reazioni dei palestinesi come gli accoltellamenti per strada, ma nessun risalto viene dato alle miriadi di azioni criminalicompiute da Israele. Come per esempio nel 2002, quando due disabili palestinesi (Kemal Zughayer e Jamal Rashid) furono uccisi dall’esercito israeliano in uno dei tanti assalti ai campi profughi in Cisgiordania. Il corpo tumefatto di Kemal fu trovato vicino alla sua sedia a rotelle in mano stringeva ancora brandelli della sua bandiera bianca, dopo essere stato colpito da un colpo sparato da un carro armato mentre tentava di fuggire. Jamal fu schiacciato insieme alla sua sedia a rotelle dal bulldozer israeliano che gli aveva demolito la casa.

Non credo sia verosimile la spiegazione psicologica secondo cui Israele stia proiettando sui palestinesi la loro sofferenza dovuta alla shoah. Questo perché l’obiettivo sionista di occupare la Palestina risale alla fine del 1800. Il percorso reale di occupazione cominciò solo nel 1948 con la catastrofe (Nakba) che costrinse ad un esodo forzato circa 700.000 palestinesi che lasciarono le proprie città e i propri villaggi.

Dopo essermi permesso di scrivere questo articolo Criticare Israele si può. E non chiamatemi “antisemita” uno sciame di api impazzite proveniente da mezza Europa ha colpito con metodo militare la mia pagina Facebook. Evidentemente la verità fa male perché sembra davvero impossibile criticare la politica estera israeliana senza essere tacciati di essere filo nazisti. Senza essere accusati, ingiustamente, di non credere che Israele, come è giusto che sia, abbia diritto ad esistere.

Ripeto: avere un occhio critico su Israele non significa essere antisemiti. Usare una tragedia così immonda come la shoah per perseguire le proprie razzie lo reputo un ignobile insulto prima di tutto verso coloro che hanno perso la vita nei campi di concentramento. La mia speranza è che la parte sana israeliana possa prevalere. Quella parte che si è opposta ai tanti che ringhiavano contro i giudici che hanno condannato Elor Azaria, un soldato israeliano che ha ucciso a sangue freddo un palestinese ferito e disarmato che si trovava steso per terra. Solo un video ha potuto svelare l’ennesima menzogna dei tanti omicidi dell’esercito. Quel soldato è semplicemente un assassino e direi pure vigliacco ed è davvero preoccupante che in tanti l’abbiano difeso. E ancor più inquietanti sono gli obiettivi strategici di chi muove i fili delle politiche di Donald Trump.

La questione palestinese è una piaga e se la parte sana d’Israele non prevale è destinata a infettare il mondo. Noi siamo con loro per costruire una vera pace, quella che ci può essere solo se c’è anche la giustizia.

29.1.17

Pierre Dardot e Christian Laval: «Il populismo è la parola del nemico»

Intervista. L'analisi dei filosofi francesi sul cortocircuito tra sovranità nazionale e sovranità popolare rafforza il «sistema». L’appello al popolo presente nelle tesi di Ernesto Laclau conduce a pericolose derive politiche. Donald Trump e Marine Le Pen usano la collera contro le élite per contrapporre gli interessi nazionali alla globalizzazione 
 Roberto Ciccarelli (il manifesto)
Il populismo come dispositivo teorico emergente nella società neoliberale per rispondere alla crisi del capitalismo e ai conseguenti cambiamenti geo-politici e geo-economici in atto. È il tema dal quale Pierre Dardot e Christian Laval, coppia consolidata della filosofia francese, sono partiti per scrivere il loro prossimo libro sul momento populista della politica contemporanea. L’incontro è avvenuto a Roma dove hanno partecipato alla conferenza sul comunismo. La loro analisi distingue tre populismi: mediatico, nazionalista e teorico e parte da una tesi: «Il populismo è una parola del nemico – afferma Pierre Dardot – Siamo per l’uso della categoria di popolo, ma rifiutiamo quella di populismo».
Per quale ragione?
Christian Laval: Il populismo è una categoria che sintetizza fenomeni diversi. Da quando i media dominanti se ne sono impadroniti hanno fatto di tutta l’erba un fascio. Il populismo mediatico mette infatti insieme Le Pen, Trump, Farage, Corbyn, Grillo o Podemos. In questo modo si neutralizza ogni possibile opposizione al sistema.
Anche i populisti vogliono ripristinare la sovranità popolare. Non parlano anche loro di popolo?
Pierre Dardot: Fanno una deliberata confusione tra la sovranità del popolo e la sovranità dello stato-nazione. In Francia Marine Le Pen invoca il popolo perché vuole rafforzare le prerogative dello stato-nazione. La sua idea di sovranità consiste nel rafforzare il potere sul popolo. Vuole rafforzare in maniera autoritaria il potere dello stato a svantaggio proprio del popolo, ovvero la possibilità di tutti di partecipare alla vita politica e agli affari pubblici. Viceversa la sovranità popolare, il potere del popolo, è l’esercizio diretto del potere da parte del popolo.
Un capitalista come Trump può fare gli interessi del popolo alla Casa Bianca?
Laval: Trump è l’esempio di come una parte della classe dirigente ha giocato la carta della collera popolare contro il capitalismo e il sistema. Ha catturato questa collera mettendola a profitto di un rafforzamento del sistema. È una dimostrazione della flessibilità delle classi dominanti capaci di recuperare l’opposizione. Lo dimostrano i primi orientamenti del suo governo. L’élite dei miliardari che ne fanno parte ha deciso di dismettere la timida riforma sanitaria di Obama, deregolamentare la finanza, riarmare l’economia americana contro quella tedesca.
Il populismo può diventare una critica del capitalismo?
Laval: Al contrario, è una risposta neoliberale alla crisi del capitalismo. Accentua la guerra commerciale tra gli stati: guerra finanziaria e fiscale nel quadro di una concorrenza generalizzata. Le diverse configurazioni del populismo, da Trump alla Brexit, sono l’espressione di una politica che appare anti-sistema ma che rafforza il sistema.
Cresce invece il numero di chi crede nella possibilità di un «populismo di sinistra». Come lo spiegate?
Dardot: È la posizione del populismo teorico ispirato dal filosofo argentino Ernesto Laclau. Si riprende il populismo condannato dai media e dalle classi dominanti, lo si rovescia in una categoria positiva. Siamo in totale disaccordo con questo uso perché il populismo è inteso come il momento costitutivo della politica in quanto tale, non un’esperienza specifica come potrebbe essere il peronismo analizzato da Laclau. La valorizzazione del ruolo del leader è un altro problema. Laclau sostiene che sia uno dei fattori che costituiscono l’identità del popolo. Questa tesi mette in dubbio il principio stesso della democrazia perché istituisce un rapporto plebiscitario e paternalistico tra il leader e il popolo. Va fatta un’analisi accurata per distinguere la democrazia dal populismo. Altrimenti si rischia di entrare nella notte dove tutte le vacche sono nere.
Jean-Luc Melenchon, il candidato alle presidenziali francesi alla sinistra del partito socialista si definisce «populista». Come mai?
Dardot: Melenchon rivendica il populismo teorico di Laclau ed è ispirato da Chantal Mouffe. Sorvola sugli aspetti più criticabili del chavismo, il culto della personalità del capo. Il suo movimento si chiama La France Insoumise (La Francia ribelle). Non è un appello alla ribellione del popolo contro lo Stato, ma a un paese che si ribella ai poteri esterni che ne condizionano la sovranità. La componente nazionalista è presente sin dal nome che questo movimento si è dato. Il riferimento è alla pretesa della rivoluzione francese dove la nazione pretendeva di incarnare l’universale. Questo è il modello Robespierre.
Anche l’estrema destra di Marine Le Pen intende riarmare la nazione contro la globalizzazione. Come si spiega questo convergente disaccordo?
Laval: Questo discorso deriva dalla corrente neofascista del Front National. Nell’estrema destra francese la commistione con un discorso socialista non è nuova. Alla fine del XIX ha riscoperto un discorso di tipo socialista. Questa commistione non è nuova: Maurice Barrès alla fine del XIX secolo aveva definito il suo movimento come «socialista nazionale». Se Le Pen padre aveva un orientamento neoliberista puro alla Reagan, Le Pen figlia ha riscoperto il sovranismo e il protezionismo mescolandoli con alcune tesi del socialismo sovranista e gaullista di Jean-Pierre Chevènement. È una politica ambigua che invoca la protezione statale contro la deregolamentazione. Anche per questo persone di sinistra voteranno Front National alle presidenziali. In generale, esiste un orientamento nazionalistico tra chi sostiene che il prossimo presidente dovrebbe andare a Bruxelles per riorientare la politica europea a favore degli interessi francesi. La Francia si considera un paese del Nord Europa, quella dei dominanti. Nessuno pone il problema della cooperazione con i paesi dell’Europa del Sud, vittime dell’asimmetria che oggi premia la Germania.
Perché l’uscita dall’euro è considerata una bandiera?
Dardot: Si vuole restaurare il potere sovrano dello Stato: battere moneta. Chi a sinistra è ipnotizzato dall’uscita dall’euro la riprende e incorre nella confusione della destra che non distingue tra sovranità popolare e sovranità dello stato-nazione. È un’illusione perché lo stato-nazione costituisce una forma attraverso la quale oggi si esercita il potere delle oligarchie. Il loro potere non è sinonimo di sovranità dello stato-nazione, ma di poteri transnazionali che hanno interessi diversi dal popolo che intendono governare. Senza contare che da più di una generazione gli stati-nazione stanno privatizzando alcune funzioni della sovranità: quella militare, ad esempio. Dalla prima guerra del Golfo in poi è diventato evidente la sua cessione verso agenzie private.
Avete proposto una federazione internazionale composta di coalizioni democratiche. In cosa consiste?
Laval: Siamo favorevoli alla ripresa dell’ispirazione che ha fondato la prima internazionale nel XIX secolo. Non pensiamo a un’internazionale dei partiti sul modello delle altre internazionali che svilupparono la loro azione a livello nazionale. Pensiamo invece a una federazione di associazioni, sindacati, cooperative e anche di partiti.
Qual è la differenza con l’altermondialismo dei social forum?
Laval: Quelli erano luoghi di discussione, non di azione contro il sistema neoliberale mondiale. Il modello è quello delle società operaie il cui statuto garantiva a chiunque di aderire direttamente all’associazione internazionale saltando i livelli intermedi. Nessuna organizzazione può mediare la volontà dei singoli e i singoli possono partecipare direttamente, al di là della nazionalità. Questa soluzione potrebbe tutelare i migranti dal potere discrezionale degli stati, ad esempio.
Per federazione intendete anche un’istituzione politica?
Dardot: L’Unione Europea, così com’è, è detestabile. La federazione è un modello politico alternativo che potrebbe ispirare un’organizzazione internazionale aperta con l’obiettivo di federare i popoli europei nell’ottica di una co-partecipazione agli affari pubblici. L’Europa ha bisogno di una prospettiva internazionale per rifondare la democrazia in Europa su altre basi rispetto a quelle neoliberali, non per combattere per la sovranità dello stato-nazione.

La nuova ragione del mondo scritta a quattro mani

Pierre Dardot è ricercatore al laboratorio Sophiapol dell’Università di Parigi Ovest-Nanterre e professore nelle «classes préparatoires» a Parigi. Christian Laval insegna sociologia all’Università di Parigi Ovest Nanterre La Défense. Insieme hanno scritto «Marx, prénom: Karl» (Gallimard), «La nuova ragione del mondo», «Del comune», «Guerra alla democrazia», pubblicati in Italia da DeriveApprodi. Insieme a El Mouhoub Mouhoud, Dardot e Laval hanno scritto «Sauver Marx?: Empire, multitude, travail immatériel» (La Découverte) nato dai lavori del gruppo di studio «Question Marx». Di Christian Laval è disponibile in italiano «Marx combattente», (manifestolibri). Specialista del pensiero utilitarista e liberale, Laval ha scritto tra l’altro «L’Homme économique » (Gallimard).

Alla protezione civile non servono nuove regole ma più controlli

Roberta Carlini (Internazionale)

“Sarà una riforma storica”. Con queste parole il ministro Graziano Delrio aveva benedetto l’inizio dell’iter in parlamento della riforma della protezione civile. Era il 15 marzo 2015. Quel testo, approvato dalla camera il 23 settembre 2015, solo in questi giorni, a sei mesi dall’inizio dell’emergenza terremoto in Italia centrale, è arrivato in aula in senato.
Anche qualora vedesse la luce in poche settimane, occorrerebbe poi aspettare nove mesi per avere i relativi decreti delegati, insomma l’attuazione pratica. Motivo per cui i veri interventi legislativi “urgenti”, a ridosso dell’emergenza di queste settimane, arriveranno per decreto legge del governo entro la prossima settimana, come ha annunciato in senato il presidente del consiglio Paolo Gentiloni.
Avremo così il sesto intervento legislativo sulla materia dal 1992, anno in cui la protezione civile fu istituita, in attesa del settimo, la riforma storica (senza contare il codice degli appalti, che a sua volta incide sulla materia).
Come una fisarmonica
Si può dire, che a ogni inizio decennio lo stato italiano ha visto in modo diverso il concetto di protezione, tant’è che lo stesso campo d’azione della protezione civile si è allargato e ristretto come una fisarmonica: con la legge del 1992, che poneva come oggetto del nuovo servizio “tutelare la integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi”; all’inizio del primo decennio del duemila, con il decreto legge che aggiunge all’elenco i “grandi eventi”, aprendo la strada alla gestione in emergenza e con pieni poteri discrezionali anche della costruzione delle opere per eventi che potevano andare da un vertice internazionale a una gara sportiva; alla svolta degli anni dieci, con il ritorno della protezione civile al suo nucleo originario.
Si dà per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione
Che non è affatto ristretto, dato che nel concetto di protezione rientrano tre attività essenziali: previsione, prevenzione e soccorso (che dovrebbe durare fino al ripristino delle condizioni di normalità); e che la definizione di “calamità” non è limitata a quelle naturali ma anche a quelle derivanti dall’opera dell’uomo; ne derivano poteri di emanare ordinanze in deroga alle norme vigenti, per fronteggiare l’emergenza.
Da un terremoto a uno scandalo a un altro terremoto, il pendolo del legislatore nel regolare tutto ciò oscilla tra maggiore o minore rigore nelle procedure e nei controlli, e tra maggiore o minore accentramento dei poteri decisionali: ogni volta dimenticandosi dei problemi che avevano portato ai cambiamenti della volta precedente. E anche oggi, in seguito ai ritardi (anzi, secondo Gentiloni per “prevenire accumuli di ritardi”) nella gestione dell’emergenza del terremoto nell’Italia centrale, si rimette mano alla legge vecchia, in attesa di quella nuova.
Dando per scontato che sono le regole, e non la loro attuazione concreta, il problema: le leggi, non l’amministrazione. E, tra le regole, si torna a mettere nel mirino le odiate gare pubbliche: quelle che lo stato o un ente pubblico fa quando deve scegliersi un fornitore, e che sarebbero regola europea – soggetta però a numerose e sensibili eccezioni.
Gara versus trattativa privata
Ma siamo sicuri che, oggi come ieri, il nucleo del problema sia nella scelta, su cui si dibatte, tra la velocità della trattativa privata nell’affidamento dei lavori e le pastoie delle gare a evidenza pubblica?
È la questione che ritorna a ogni ritardo, a ogni opera e – purtroppo – a ogni scandalo. La straordinaria urgenza nella quale per definizione la protezione civile è costretta a operare è infatti, per ovvio buon senso, motivo di deroga alle norme generali. E anche motivo per cui, nel passato recente che ancora brucia, si allargò a dismisura la competenza della protezione civile fino a farvi rientrare tutta la ricostruzione e anche i grandi eventi, sotto la gestione Bertolaso. In modo da poter gestire gli appalti con totale discrezionalità e senza procedure a evidenza pubblica.
Nel 2012, con gli scandali dell’Aquila e dei Mondiali di nuoto ancora freschi, il governo Monti varò l’indietro tutta con il decreto 59, che delimitò il campo d’azione della protezione civile eliminando da questo i grandi eventi, oltre a fissare le procedure per il ritorno alla gestione ordinaria appena finito lo stato d’emergenza (che, secondo quella legge, non poteva durare più di 90 giorni, prorogabili per non più di 60: termine che poi è stato allungato a 180 giorni da un decreto successivo, del 2013).
Nella stessa legge si prevedevano anche ruolo e durata di eventuali commissari, e un rapporto con le istituzioni locali molto meno “accentratore” rispetto alla gestione precedente. Il tutto, sotto il segno prevalente del governo dell’epoca: un controllo più stretto dei saldi di bilancio. Insomma, contro il lievitare di spese incontrollate varate sotto la spinta dell’emergenza e poi destinate a crescere in corso d’opera. Emergenza che, sia pure su tempi ed eventi delimitati, consentiva poteri di deroga alle procedure burocratiche ordinarie.
La questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta
Anche il codice degli appalti varato nell’aprile del 2016 dà pieni poteri per evitare le gare, in caso di emergenza, “nella misura strettamente necessaria quando, per ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili dall’amministrazione aggiudicatrice, i termini per le procedure aperte o per le procedure ristrette o per le procedure competitive con negoziazione non possono essere rispettati”: così recita l’articolo 63, e sarebbe difficile non far rientrare in questa cornice generale l’acquisto di beni e servizi, e anche la confezione di manufatti, necessari per fare fronte alla prima emergenza di un terremoto.
Va detto che il governo vuol farvi rientrare anche i lavori stradali per preparare il G7 di Taormina, e così ha disposto nel decreto per il Mezzogiorno varato alla fine dell’anno scorso: contro questa scelta si è schierato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone, dicendo che quella norma “concede una procedura iper-eccezionale” e temendo infiltrazioni mafiose nei lavori. Dunque, la questione della trattativa privata e delle procedure non pubbliche né pubblicamente negoziate torna fuori, e sempre con la motivazione della fretta. E, nel caso del terremoto, trova a suo sostegno lo stato di parte delle popolazioni e dei loro animali ancora al freddo e al gelo, a cinque mesi dalle prime scosse.
Le casette e le stalle
Dunque le norme per fare procedure d’emergenza, senza le gare, già ci sono nelle regole della protezione civile e anche nello stesso codice degli appalti. Ma nel caso del terremoto dell’Italia centrale le gare ci sono state, su richiesta dell’Anac di Cantone.
Solo che per quanto riguarda le strutture provvisorie per gli allevamenti (i Mapre, moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali) le ditte selezionate con le gare non hanno consegnato tutto il dovuto nei tempi previsti: la regione Lazio, alla quale era stata attribuita la responsabilità di questi acquisti per tutte le regioni colpite dal sisma, ha bandito una gara al massimo ribasso, suddivisa in quattro lotti (bovini da latte e da carne, ovini e fienili).
Ma l’impresa che ha vinto la gara per i bovini non ha consegnato i manufatti in tempo: e qui scattano altri ritardi, dovuti ai tempi di messa in mora necessari prima di interrompere un contratto (la diffida è partita solo il 5 gennaio 2017). Intanto, è partito tutto un altro iter, con il quale si è data agli agricoltori la possibilità di comprarsi da soli le stalle con un contributo pubblico totale, con altre complicazioni e passaggi burocratici. Mentre per quanto riguarda i prefabbricati abitativi (Sae, soluzioni abitative d’emergenza), la gara era addirittura stata fatta due anni prima, e la protezione civile ha messo a disposizione degli enti locali elenco delle ditte e protocollo dell’accordo: solo che è lo stesso accordo che prevede che i tempi di realizzazione siano di circa sette mesi… tempi lunghissimi per un’emergenza, anche se non ci fosse stato l’eccezionale maltempo di quest’inverno.
Più che la procedura delle gare – e l’alternativa sempre caldeggiata da una parte di costruttori, fornitori e politici, ossia la trattativa privata – sotto la lente dovrebbe stare la sua concreta attuazione. Il controllo del rispetto degli accordi, i contrasti tra amministrazioni (il fatto che le regioni coinvolte fossero quattro non ha aiutato, né ha semplificato le cose la diarchia tra protezione civile e il commissario alla ricostruzione), la loro maggiore o minore efficienza, la capacità di far fronte a impegni straordinari con organici e mezzi impoveriti da anni in cui nelle stesse amministrazioni ordinarie non si è più investito.
Invece di guardare a quel che non va sul terreno, l’invocazione di poteri e procedure straordinarie dall’alto può servire a coprire l’incuria dell’ordinaria amministrazione, se non peggio a rivitalizzare gli appetiti e le pratiche che nel passato sono costate tanto alle casse pubbliche e poco hanno portato al territorio.

26.1.17

Le scorciatoie da evitare

Massimo Franco (Corriere)

Era inevitabile che una legge elettorale modellata su un Parlamento composto da una sola Camera venisse picconata. La sentenza emessa ieri pomeriggio dalla Consulta è figlia legittima di una stagione di riforme scritte e imposte dal Pd in una realtà virtuale.
Una realtà virtuale smentita bruscamente dal referendum del 4 dicembre. La domanda, adesso, non riguarda solo le indicazioni che la Corte costituzionale ha dato per riplasmare il sistema del voto. Rimanda soprattutto a come i partiti le piegheranno ai proprio obiettivi, dopo avere atteso per mesi, passivamente, il responso. Il problema non è tanto quello di evitare a ogni costo le elezioni. Ma prima ancora che votare presto, l’esigenza è di votare bene. Significa dare al sistema una legge elettorale approvata col consenso di un insieme di forze più largo di quello governativo, perché altrimenti sarebbe condannata a essere effimera. E in grado di evitare la creazione di maggioranze diverse tra Camera e Senato, come ha segnalato nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: perché è sempre più evidente che a rallentare le decisioni e creare instabilità sono due rami del Parlamento con coalizioni sfalsate, non il bicameralismo in sé. Finora il sistema politico ha aspettato con una miscela di ansia e rassegnazione il responso della Consulta. Da oggi, però, dovrà assumersi la responsabilità di cercare un’intesa che cancelli la sensazione di un pericoloso immobilismo. Il Parlamento dovrà fare i conti con due spinte opposte. La prima è di chi vuole elezioni subito e corre contro il tempo. Lo confermano le prime reazioni degli uomini di Matteo Renzi e, con foga ma forse minore convinzione, di Beppe Grillo e di Matteo Salvini. Premono per un accordo comunque, e insistono sul voto anticipato: strana convergenza, che fa pensare. Quanti invece puntano a una riforma più meditata, affidata al Parlamento, e respingono l’idea di un governo già sull’orlo delle dimissioni, useranno la decisione della Corte per arrivare al 2018. Non è un gioco fra schieramenti, ma al loro interno. Attraversa la sinistra e il centrodestra. E nel momento in cui prefigura di fatto una spinta a dare al sistema un carattere più proporzionale, perché difficilmente un partito raggiungerà da solo il 40 per cento dei voti che garantisce il premio di maggioranza, rimette in discussione anche le leadership: non solo dal punto di vista dei nomi. Se la dinamica è questa, renderà naturale una interpretazione del governo più incline alla mediazione e ai compromessi; e la ricerca di capi partito maestri di compromesso e di alleanze. In fondo, alcuni dei pilastri dell’Italicum che sono stati sbriciolati dalla Consulta, portano in quella direzione. Avere ritenuto incostituzionali il ballottaggio e la possibilità di optare per il collegio per chi si presenta in più città, è un parziale colpo a oligarchie e segretari di partito tendenzialmente onnipotenti. Parziale, perché rimangono i capilista bloccati: una pattuglia di parlamentari iper-fedeli a leader che possono predeterminarne l’elezione. Ma lo spirito di un Italicum che la sera dopo il voto doveva permettere di sapere chi aveva vinto e chi no, è evaporato. E il premio di maggioranza alla Camera ma non al Senato riconsegna un’incognita vistosa, da sciogliere prima di tornare alle urne. È il momento di ricostruire un simulacro di credibilità istituzionale. Inseguire scorciatoie elettorali che porterebbero a leggi di parte e a ulteriori convulsioni, o allungare inutilmente i tempi, significherebbe sciuparla. E, oltre a tradire gli orientamenti così attesi della Corte costituzionale, vorrebbe dire sottomettere il sistema politico a una nuova, lunga stagione di subalternità a poteri esterni.

17.1.17

Joseph Stiglitz: La rabbia è già esplosa urgenti nuove regole su tasse, bonus e lobby

Il premio Nobel Joseph Stiglitz: “Se la maggioranza dei cittadini si sente esclusa dai vantaggi della crescita si ribellerà al sistema, Brexit e Trump lo dimostrano” 
(da La Repubblica)
Negli ultimi anni, incontrandosi a Davos, i leader del mondo economico e imprenditoriale hanno classificato la disuguaglianza tra i maggiori rischi per l’economia globale, riconoscendo che si tratta di questione economica oltre che morale. Non vi è dubbio, infatti, che se i cittadini non hanno reddito e perdono progressivamente potere d’acquisto, le corporation non avranno modo di crescere e prosperare. Il FMI è della stessa idea e avverte che a funzionare meglio sono i paesi dove c’è meno disuguaglianza.
Se la maggioranza dei cittadini sente di non beneficiare a sufficienza dei proventi della crescita o di essere penalizzata dalla globalizzazione finirà col ribellarsi al sistema economico nel quale vive. In realtà dopo Brexit e i risultati delle elezioni americane, ci si deve chiedere seriamente se questa ribellione non sia già cominciata. Sarebbe d’altronde del tutto comprensibile. In America il reddito medio del 90% dei meno abbienti ristagna da 25 anni e l’aspettativa di vita ha mediamente cominciato ad abbassarsi.
Da anni, Oxfam fotografa i livelli sempre più accentuati della disuguaglianza globale e ci ricorda come nel 2014 fossero 85 i super ricchi – molti dei quali presenti a Davos – a detenere la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera (3,6 miliardi di persone). Oggi, a detenere quella ricchezza sono solo in 8.
È chiaro dunque che a Davos il tema della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi abbia continuato a tenere banco. Solo per alcuni continua a essere una questione morale, ma per tutti è una questione economica e politica che mette in gioco il futuro dell’economia di mercato per come la conosciamo. C’è una domanda che assilla, sessione dopo sessione, gli Ad presenti al Forum: «C’è qualcosa che le corporation possono fare rispetto alla piaga della disuguaglianza che mette in pericolo la sostenibilità economica, politica e sociale del nostro democratico sistema di mercato?» La risposta è sì.
La prima idea, semplice ed efficace, è che le corporation paghino la loro giusta quota di tasse, un tassello imprescindibile della responsabilità d’impresa, smettendo di fare ricorso a giurisdizioni a fiscalità agevolata. Apple potrebbe sentire di essere stata ingiustamente presa di mira tra tante, ma in fondo ha solo eluso un po’ più di altri.
Rinunciare a giurisdizioni segrete e paradisi fiscali societari, siano essi in casa o offshore, a Panama o alle Cayman nell’emisfero occidentale, oppure in Irlanda e in Lussemburgo in Europa. Non incoraggiare i paesi in cui si opera a partecipare da protagonisti alla dannosa corsa al ribasso sulla tassazione degli utili d’impresa, in cui gli unici a perdere davvero sono i poveri in tutto il mondo.
È vergognoso che il Presidente di un paese si vanti di non aver pagato le tasse per quasi vent’anni – suggerendo che siano più furbi quelli che non pagano –, o che un’azienda paghi lo 0,005% di tasse sui propri utili, come ha fatto la Apple. Non è da furbi, è immorale.
L’Africa da sola perde 14 miliardi di dollari in entrate a causa dei paradisi fiscali usati dai suoi super-ricchi: a questo proposito Oxfam ha calcolato che la cifra sarebbe sufficiente a pagare la spesa sanitaria per salvare la vita di 4 milioni di bambini e impiegare un numero di insegnanti sufficiente per mandare a scuola tutti i ragazzi di quel continente.
C’è poi una seconda idea altrettanto facile: trattare i propri dipendenti in modo dignitoso. Un dipendente che lavora a tempo pieno non dovrebbe essere povero. Ma è quel che accade: nel Regno Unito, per esempio, vive in povertà il 31% delle famiglie in cui c’è un adulto che lavora. I top manager delle grandi corporation americane portano a casa circa 300 volte lo stipendio di un dipendente medio. È molto di più che in altri paesi o in qualunque altro periodo della storia, e questa forbice ampissima non può essere spiegata semplicemente con i differenziali di produttività. In molti casi gli Ad intascano ingenti somme solo perché niente impedisce loro di farlo, anche se questo significa danneggiare gli altri dipendenti e alla lunga compromettere il futuro stesso dell’azienda. Henry Ford aveva capito l’importanza di un buono stipendio, ma i dirigenti di oggi ne hanno perso la cognizione.
Infine c’è una terza idea, sempre facile ma più radicale: investire nel futuro dell’azienda, nei suoi dipendenti, in tecnologia e nel capitale. Senza questo non ci sarà lavoro e la disuguaglianza non potrà che crescere. Attualmente invece una porzione sempre più consistente di utili finisce ai ricchi azionisti. Un esempio su tutti viene dalla Gran Bretagna, dove nel 1970 agli azionisti andava il 10% degli utili d’impresa, oggi il 70%. Storicamente le banche (e il settore finanziario) hanno svolto l’importante funzione di raccogliere risparmio dalle famiglie da investire nel settore delle imprese per costruire fabbriche e creare posti di lavoro. Oggi negli Stati Uniti il flusso netto di denaro compie esattamente il percorso opposto. L’anno scorso, Philip Green, magnate britannico della vendita al dettaglio, è stato accusato da una commissione parlamentare di non aver investito abbastanza nella sua azienda e di aver inseguito il proprio tornaconto personale, arrivando alla bancarotta e a un deficit previdenziale di 200 milioni di sterline. Per quanto incensato e blandito dai governi succedutisi, promosso a cavaliere del regno e considerato faro dell’economia britannica, quella commissione parlamentare non avrebbe potuto scegliere parole più esatte, definendolo come «la faccia inaccettabile del capitalismo».
Le multinazionali sanno che il loro successo non dipende solo dalle leggi dell’economia, ma dalle scelte di politica economica che ciascun paese compie. È per questo che spendono così tanto denaro per fare lobby. Negli Stati Uniti, il settore bancario ha esercitato il suo potere d’influenza per ottenere la deregulation, raggiungendo il proprio obiettivo. Ne sanno qualcosa i contribuenti costretti a pagare un conto salato per quanto accaduto in seguito. Negli ultimi 25 anni, in molti paesi, le regole dell’economia liberista sono state riscritte col risultato di rafforzare il potere del mercato e far esplodere la crisi della disuguaglianza. Molte corporation sono poi state particolarmente abili – più che in qualsiasi altro campo – nel godere di una rendita di posizione – vale a dire nel riuscire ad assicurarsi una porzione più grande di ricchezza nazionale, esercitando un potere monopolistico o ottenendo favori dai governi. Ma quando i profitti hanno questa origine, la ricchezza stessa di una nazione è destinata a diminuire. Il mondo è pieno di aziende guidate da uomini illuminati che hanno capito quanto l’unica prosperità sostenibile sia la prosperità condivisa, e che pertanto non fanno uso della propria influenza per orientare la politica, al fine di mantenere una posizione di rendita finanziaria. Hanno capito che nei paesi dove la disuguaglianza cresce a dismisura, le regole dovranno essere riscritte per favorire investimenti a lungo termine, una crescita più veloce e una prosperità condivisa.

16.1.17

La modernità liquefatta

 Remo Bodei (sole24ore)
A incontrarlo nella vita privata, Zygmunt Bauman era un uomo gentile, che suscitava una sorta di tenerezza in chi aveva occasione di osservarne le premurose manifestazioni d’affetto per Janine, sua prima moglie, eroina dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, e per Aleksandra, sua seconda moglie, un’allieva dei suoi primi corsi di sociologia, ritrovata in tarda età. Era perciò difficile capire subito come la sua apparente serenità, la sua pacata saggezza nell’argomentare problemi complessi, la sua insaziabile curiosità rivolta a tutti gli aspetti della condizione umana potessero coesistere con l’esperienza dei drammi attraversati nel corso della sua lunga vita: l’invasione tedesca della Polonia, l’olocausto, la partecipazione alla guerra, da giovanissimo, nelle truppe polacche arruolate dall’Armata Rossa, la dura militanza politica e teorica, inizialmente da marxista, l’espulsione dall’università di Varsavia in seguito a un’ennesima ondata di antisemitismo, la temporanea attività didattica all’università di Tel Aviv, da cui si allontanò per dissapori sulla politica sionista, fino al pluridecennale insegnamento a Leeds e all’acquisto della cittadinanza britannica.
La sua fama viene normalmente associata all’idea di “società liquida” e di tanti altri fenomeni catalogati sotto l’etichetta della “liquidità”. Tale proprietà attribuita al mondo moderno e “postmoderno” costituisce, in effetti, uno dei suoi maggiori contributi alla comprensione del presente, la cui lontana origine può essere fatta risalire a una frase del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels (già ripresa da Marshall Berman in All that is solid melts into air, del 1985), in cui si afferma che, con la borghesia, tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria e tutto ciò che è sacro viene profanato. Bauman aveva acutamente articolato questo spunto isolato nell’ampia analisi delle società contemporanee nell’era della globalizzazione diffusa. Le aveva descritte come caratterizzate dall’indebolimento o dall’impotenza di quelle strutture (come lo Stato-nazione) che avevano in precedenza garantito le “strategie di vita” e l’orizzonte di senso dei singoli e delle collettività.
Da ciò faceva discendere una serie di fattori: l’individualismo di massa, per cui si allentano sia i legami tra persone e istituzioni, sia quelli delle persone tra loro (segnalava, a questo proposito, il fatto che negli Stati Uniti i divorzi dopo due anni di matrimonio fossero saliti al 50% e che si stesse diffondendo la moda dello speed-dating, degli- incontri-lampo e senza impegno per cuori solitari); l’affievolirsi nelle coscienze dei valori etici, che, a causa della rapidità dei mutamenti, non riescono più a sedimentarsi in abitudini e tradizioni; la solitudine degli individui, che trova una parziale compensazione nello sforzo di allontanare sempre più il pensiero della morte; il desiderio di consumare la vita al pari di ogni altra merce, alla ricerca nello shopping di una felicità da afferrare avidamente prima che sfugga l’occasione. Alla struttura si sostituisce così la rete, alla durata la provvisorietà, al culto della memoria la propensione all’oblio, alla padronanza di sé la preoccupazione per la propria incolumità di fronte a pericoli incontrollabili come il terrorismo.
Eppure, questo aspetto ’liquido’ che sembra onnipervasivo si restringe a quella parte del genere umano che vive nelle zone più fortunate e sicure del pianeta o nelle sparse nicchie ritagliate altrove dai privilegiati. Nel resto del mondo, l’ordine della modernità capitalistico-liberale, che si esprime attraverso la globalizzazione diffusa, ha invece creato un’umanità di esseri in esubero, i quali – analogamente ai rifiuti prodotti dalla società industriale – hanno le loro discariche e non sono più utilizzabili. La globalizzazione ha i suoi salvati e i suoi sommersi. Con un cambiamento di direzione rispetto ai flussi migratori dell’età del colonialismo, le “vite di scarto” invadono i paesi meno segnati da fame e da guerre, che si sentono perciò minacciati. Da quando la modernizzazione compulsiva ha permeato il resto del mondo, «gli effetti del suo dominio planetario sono ricaduti su chi li ha provocati»: «Loro sono troppi» e «Noi non siamo abbastanza» si dice allora nelle nazioni a natalità decrescente.
L’ordine è così diventato disordine, generando ulteriori paure e incertezze nei confronti del futuro. Queste ultime, tuttavia, s’innestano e si sommano a quelle da sempre comuni a tutti gli uomini. In qualsiasi società umana, in tutta la storia della nostra specie, la paura e l’incertezza sono, infatti, costanti ineliminabili. Hanno la propria sorgente nella consapevolezza, che ciascuno avverte, di dover morire, nell’orrenda prospettiva della putrefazione del corpo e del precipitare della vita nel nulla o nell’ignoto. Tutte le civiltà rappresentano pertanto delle reazioni all’esistenza effimera degli individui, “fabbriche di trascendenza”, ossia di superamento incessante di ciò che si trova prima che l’immaginazione della cultura si metta in moto nel creare l’illusione necessaria della permanenza e del senso delle cose. La civiltà trionfa sulla morte soprattutto quando essa non «appare sotto il proprio nome», là dove «riusciamo a vivere come se la morte non ci fosse o non ci importasse».
Quello che, per sua stessa ammissione, Bauman si è sforzato di fare è stato di indurci a guardare «con occhi un po’ diversi, il fin troppo familiare - o così si dice - mondo moderno che tutti condividiamo e abitiamo». Nell’assegnare alla nostra parte di mondo il carattere ineliminabile della “liquidità”, egli ha, tuttavia, sottovalutato i recenti sviluppi storici. Con il progressivo manifestarsi dei lati negativi della globalizzazione, si scopre oggi, sempre di più, la solida durezza e la spigolosità del reale, la difficoltà di oltrepassare i limiti di benessere e di sicurezza promessi negli ultimi decenni del secolo scorso. Inoltre, a causa del prolungarsi in molti paesi della crisi finanziaria del 2007/2008, anche la felicità data dallo shopping diminuisce nella stessa proporzione in cui lo shopping stesso è costretto a diminuire. Si direbbe che il nostro tempo cominci a somigliare, in misura inquietante, agli anni Trenta del Novecento, con il ritorno dei nazionalismi e del protezionismo e con la richiesta di chiusura delle frontiere. Anche l’Occidente si sente meno liquido. Avanza l’esigenza di un nuovo senso di responsabilità e aumenta la consapevolezza della drammaticità delle decisioni.