4.8.16

Olimpiadi 2016: quanto costano i Giochi?

  di Advise Only  (firstonline.info)

 “Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi”. Con queste parole il poeta greco Pindaro (518 – 430 a.C.) elogiava l’importanza degli “originali” Giochi Olimpici, quelli dell’antichità: un evento di risonanza globale anche allora, ma di impatto (soprattutto economico) strettamente locale. Di tutt’altra portata sono le Olimpiadi dell’era moderna, diventate uno degli eventi più importanti dell’umanità.

Un recentissimo studio della Oxford University ha fatto luce sugli aspetti economici dei Giochi Olimpici. In particolare ne ha analizzato i costi, su cui non ci si era mai soffermati in modo così approfondito.

MA QUANTO MI COSTI?
Nel primo grafico viene visualizzato il costo totale dei Giochi Olimpici (estivi), considerando solo i “costi sportivi”, legati per esempio agli impianti destinati allo svolgimento delle competizioni, i villaggi olimpici, i costi amministrativi ed operativi (trasporto e cibo per gli atleti, accompagnatori e giornalisti, etc.). Sono esclusi invece i costi più generali, legati alle infrastrutture come strade, aeroporti, ferrovie che spesso vengono potenziate in vista delle Olimpiadi.


In base ai calcoli della Oxford University, il costo medio di un’Olimpiade si aggira sui 5,2 miliardi di dollari USA. Ma c’è una certa variabilità: spiccano per esempio i quasi 15 miliardi di dollari spesi per l’edizione del 2012 di Londra.

BUDGET? WE DON'T CARE...
Interessante anche capire se e in quale misura il budget originariamente previsto per le Olimpiadi sia stato o meno rispettato. Ebbene, il peso degli sforamenti e dei successivi “aggiustamenti” al budget è stato molto rilevante: le varie edizioni delle Olimpiadi hanno infatti visto correggere le proprie stime iniziali mediamente del 176%(!!!) Si va da uno sforamento massimo rispetto alle stime iniziali del 720% per l’edizione di Montreal del 1976, al minimo del 2% di Pechino 2008 – insomma i cinesi sono stati bravi nelle loro previsioni. Per la cronaca, i ricercatori di Oxford rilevano come non esistano altri “megaprogetti” con sforamenti al budget alti come quelli delle Olimpiadi (sic).

GLI ATLETI VALGONO ORO
Il secondo grafico che vi mostro riguarda il costo delle Olimpiadi per singolo atleta. Si tratta di rapportare il costo totale di ogni edizione dei Giochi al numero di atleti che vi hanno partecipato. Il risultato è sorprendente.


La dinamica ricalca abbastanza bene quella del grafico precedente. Ma la cosa sorprendente è il livello del costo: mediamente, per ogni atleta olimpico si spendono circa 600 mila dollari, con un massimo di 1,4 milioni di dollari per i Giochi di Londra 2012, l’edizione più cara da tutti i punti di vista. Indubbiamente non si devono leggere i dati in modo unilaterale: sponsor, diritti TV e il turismo generato dall’evento dovrebbero controbilanciare almeno in parte queste cifre, che tuttavia rimangono degne di nota.

3.7.16

La Brexit è la storia di una catastrofe annunciata

John Foot, storico (Internazionale)

Una catastrofe o una “rivolta democratica contro l’establishment”? Un’ondata di razzismo o il grido disperato dei diseredati contro i potenti? Si possono dare molte interpretazioni della Brexit. Ma i fatti sono questi: il 23 giugno, nel Regno Unito, 17 milioni di persone hanno votato per uscire (leave) dall’Unione europea e 16 milioni hanno votato per restare (remain). Cos’è successo una settimana fa, e perché?

Per rispondere a queste domande, dobbiamo ripassare un po’ di storia. Il Regno Unito è entrato a far parte della Comunità economica europea (Cee) nel 1973 con l’Irlanda e la Danimarca. Nel 1975 (mentre erano al governo i laburisti) fu indetto un referendum dal quale emerse che il 67 per cento della popolazione era favorevole alla Cee. Nel 1983 il Partito laburista, che all’epoca era guidato da Michael Foot, scrisse nel suo programma che se avesse vinto le elezioni sarebbe uscito dalla Cee.

Perse malamente. E nella politica britannica la questione dell’Europa rimase controversa per i trent’anni successivi. Il Partito conservatore, che era stato il maggior sostenitore della Cee, cominciò ad assumere una posizione più euroscettica. Il Regno Unito si rifiutò di entrare nell’euro. Nel 1990, Margaret Thatcher fu deposta dal suo stesso partito a causa di un conflitto interno sull’Europa. Ma il dibattito continuava. Intanto i laburisti si stavano spostando su una posizione molto più filoeuropea. Ma pochissimi politici parlavano a favore dell’Europa e tendevano ad attribuire all’Ue la responsabilità di una serie di problemi.

Negli anni duemila ha cominciato a farsi strada nel mondo politico l’United Kingdom independence party (Ukip). Prendeva voti soprattutto dai conservatori, ma anche dai laburisti, era (ed è) antimmigrazione, antiEuropa e antipolitica, ma all’inizio non è riuscito a conquistare molti seggi in parlamento. Alla vigilia delle elezioni del 2015, il Partito conservatore, guidato da David Cameron, ha promesso che, se avesse vinto, avrebbe indetto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Era essenzialmente una strategia per evitare che i voti continuassero a defluire verso l’Ukip. E in un certo senso ha funzionato. I conservatori hanno vinto (inaspettatamente) a stretta maggioranza le elezioni e l’Ukip ha ottenuto quattro milioni di voti, ma un solo seggio in parlamento.

A quel punto, i tory dovevano mantenere la promessa. Cameron ha annunciato il referendum a febbraio del 2016. Il suo partito si è quasi subito diviso e molti membri del governo si sono dichiarati favorevoli all’uscita. Poco dopo, Boris Johnson – l’ex sindaco di Londra – ha detto che anche lui sarebbe stato favorevole all’uscita. I laburisti erano compatti a favore della permanenza nell’Unione, ma il loro leader Jeremy Corbyn era piuttosto tiepido nei confronti dell’Europa. La campagna è cominciata con una serie di avvertimenti da parte del fronte del remain: con la Brexit ci sarebbe stata una recessione, il costo dei mutui sarebbe salito, le tasse sarebbero aumentate, il tasso di disoccupazione sarebbe (di nuovo) cresciuto e così via. Molti esperti hanno parlato a favore della permanenza nell’Ue, ma quasi sempre in termini negativi.

La strategia del fronte del leave è stata diversa. Prima hanno detto una serie di bugie: che per l’Ue si spendevano 350 milioni di sterline alla settimana (cifra che non teneva conto dei soldi che tornavano indietro), denaro che poteva essere speso per il servizio sanitario nazionale e per altre necessità dei cittadini; che la Turchia stava per entrare nell’Unione (un’affermazione ridicola accompagnata da una foto che mirava a spaventare gli elettori); che il Regno Unito era arrivato al “punto di rottura” (anche questa accompagnata da una gigantesca foto di siriani in fuga). Le bugie hanno funzionato meglio delle sempre più disperate “suppliche” degli esperti.

Insomma, Donald Trump era arrivato nel Regno Unito. Non importava quello che si diceva, o se aveva una qualche base nella realtà: quello che contava era fare appello alle emozioni e al senso di identità. Era soprattutto un appello all’identità inglese, un invito a “riprendere il controllo (delle nostre frontiere)”. “Rivogliamo il nostro paese!”, dicevano. Ma chi doveva ridarcelo? Gli immigrati, naturalmente, i neri, i polacchi, i musulmani. Questi appelli alle emozioni sono stati molto più efficaci delle opinioni di avvocati, banchieri, economisti, di tutte le 96 università britanniche e di molti altri. Era un chiaro segno che stavamo entrando nel mondo del postfattuale. Il mondo di Trump. Il mondo di Boris.

Cameron ha sbagliato completamente tattica. Non ha avuto nulla da dire tranne che in negativo. Aveva sopravvalutato il potere del “progetto paura” (che si era già rivelato a dir poco insufficiente durante il referendum per l’indipendenza della Scozia del 2014). Inoltre, aveva indetto il referendum per giugno quando la maggior parte degli studenti (che probabilmente avrebbero votato per rimanere) era via. Senza contare che molti giovani erano stati eliminati dal registro degli elettori grazie alle riforme introdotte dai tory per vincere le prossime elezioni politiche. Mano a mano che il giorno del voto si avvicinava, i sondaggi hanno cominciato a cambiare. Quelli che volevano uscire erano in aumento.

E così è successo. Il 23 giugno c’è stata una partecipazione del 72 per cento. Diciassette milioni e mezzo di persone hanno votato per uscire, poco più di sedici milioni per restare. Che cosa è successo? A questo punto, è importante non essere dogmatici o semplicistici nel valutare il risultato. Non è stata una “rivolta” della classe operaia contro Westminster. A Londra, dove ci sono molti poveri e un’alta percentuale di immigrati, il 60 per cento delle persone ha votato per rimanere. Anche in Scozia, dove la classe operaia è numerosa, il 62 per cento ha scelto di restare nell’Ue. L’Irlanda del Nord non è molto ricca, eppure il 58 per cento dei votanti voleva rimanere. Molte grandi città hanno fatto la stessa scelta a larga maggioranza : il 61 per cento a Bristol, il 60 per cento a Manchester, il 58 per cento a Liverpool. In altre c’è stato un testa a testa, come a Birmingham (dove quelli che volevano uscire hanno vinto di stretta misura), o a Leeds (dove è successo l’opposto). Cardiff si è decisamente dichiarata favorevole a restare.

Disinformazione e propaganda

Quelli che volevano uscire hanno vinto grazie ai voti ottenuti fuori delle grandi città, in parte nelle (ex) zone operaie del Galles, del nord, del sudest, delle Midlands, ma anche nelle contee agricole. Non è vero che hanno vinto nelle zone a più alta immigrazione. A Londra la percentuale di immigrati è più alta che in qualsiasi altra zona del paese. Hanno vinto in regioni dove il tasso di immigrazione è relativamente basso. E non tutti quelli che hanno votato per uscire lo hanno fatto perché odiavano l’Ue. Sapevano molto poco di quello che fa l’Unione, grazie ad anni di disinformazione e di propaganda. A votare per uscire sono stati soprattutto gli anziani. E non è stato in nessun senso un voto contro l’establishment, questa è un’affermazione assurda. Il Daily Mail, il Sun, il Sunday Times, il Daily Telegraph (il giornale dell’establishment per eccellenza), il Daily Express e il Sunday Express erano tutti a favore dell’uscita.

E non tutti quelli che hanno votato per uscire sono razzisti, ma, come ha scritto di recente qualcuno, adesso i razzisti pensano che il 52 per cento della popolazione sia d’accordo con loro. Si è aperto un vaso di Pandora, e non sarà facile richiuderlo. È scoppiata una bomba nella politica britannica (e nel mondo, scusa mondo!), che è già costata il posto a David Cameron, e rischia di farlo perdere anche a Jeremy Corbyn.

Il Regno Unito è un posto più brutto, più diviso e più odioso di quanto non lo fosse prima del 23 giugno, e niente sarà mai più come prima. Ci saranno nuove frontiere: con l’Irlanda, probabilmente con la Scozia, e sicuramente con l’altro lato della Manica. Gli immigrati (o quelli che sembrano immigrati) si stanno già sentendo dire “tornatevene a casa, abbiamo votato per uscire”. E la situazione non può che peggiorare. Quando le promesse (le bugie) del fronte del leave non si avvereranno (stanno già dicendo di non averle mai fatte), si scatenerà l’inferno. Il Regno Unito diventerà un paese più conservatore, più isolato, più infelice in cui vivere e lavorare. È cominciata la disgregazione del Regno Unito.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

23.6.16

Fear, Loathing and Brexit (Paura, ripugnanza e Brexit)

 Paul Krugman (The New York Times)
There are still four and a half months to go before the presidential election. But there’s a vote next week that could matter as much for the world’s future as what happens here: Britain’s referendum on whether to stay in the European Union.
Unfortunately, this vote is a choice between bad and worse — and the question is which is which.
Not to be coy: I would vote Remain. I’d do it in full awareness that the E.U. is deeply dysfunctional and shows few signs of reforming. But British exit — Brexit — would probably make things worse, not just for Britain, but for Europe as a whole.
The straight economics is clear: Brexit would make Britain poorer. It wouldn’t necessarily lead to a trade war, but it would definitely hurt British trade with the rest of Europe, reducing productivity and incomes. My rough calculations, which are in line with other estimates, suggest that Britain would end up about two percent poorer than it would otherwise be, essentially forever. That’s a big hit.
There’s also a harder to quantify risk that Brexit would undermine the City of London — Britain’s counterpart of Wall Street — which is a big source of exports and income. So the costs could be substantially bigger.
What about warnings that a Leave vote would provoke a financial crisis? That’s a fear too far. Britain isn’t Greece: It has its own currency and borrows in that currency, so it’s not at risk of a run that creates monetary chaos. In recent weeks the odds of a Leave vote have clearly risen, but British interest rates have gone down, not up, tracking the global decline in yields.
Still, as an economic matter Brexit looks like a bad idea.
True, some Brexit advocates claim that leaving the E.U. would free Britain to do wonderful things — to deregulate and unleash the magic of markets, leading to explosive growth. Sorry, but that’s just voodoo wrapped in a Union Jack; it’s the same free-market fantasy that has always and everywhere proved delusional.
No, the economic case is as solid as such cases ever get. Why, then, my downbeat tone about Remain?
Part of the answer is that the impacts of Brexit would be uneven: London and southeast England would be hit hard, but Brexit would probably mean a weaker pound, which might actually help some of the old manufacturing regions of the north.
More important, however, is the sad reality of the E.U. that Britain might leave.
The so-called European project began more than 60 years ago, and for many years it was a tremendous force for good. It didn’t only promote trade and help economic growth; it was also a bulwark of peace and democracy in a continent with a terrible history.
But today’s E.U. is the land of the euro, a major mistake compounded by Germany’s insistence on turning the crisis the single currency wrought into a morality play of sins (by other people, of course) that must be paid for with crippling budget cuts. Britain had the good sense to keep its pound, but it’s not insulated from other problems of European overreach, notably the establishment of free migration without a shared government.
You can argue that the problems caused by, say, Romanians using the National Health Service are exaggerated, and that the benefits of immigration greatly outweigh these costs. But that’s a hard argument to make to a public frustrated by cuts in public services — especially when the credibility of pro-E.U. experts is so low.
For that is the most frustrating thing about the E.U.: Nobody ever seems to acknowledge or learn from mistakes. If there’s any soul-searching in Brussels or Berlin about Europe’s terrible economic performance since 2008, it’s very hard to find. And I feel some sympathy with Britons who just don’t want to be tied to a system that offers so little accountability, even if leaving is economically costly.
The question, however, is whether a British vote to leave would make anything better. It could serve as a salutary shock that finally jolts European elites out of their complacency and leads to reform. But I fear that it would actually make things worse. The E.U.’s failures have produced a frightening rise in reactionary, racist nationalism — but Brexit would, all too probably, empower those forces even more, both in Britain and all across the Continent.
Obviously I could be wrong about these political consequences. But it’s also possible that my despair over European reform is exaggerated. And here’s the thing: As Oxford’s Simon Wren-Lewis points out, Britain will still have the option to leave the E.U. someday if it votes Remain now, but Leave will be effectively irreversible. You have to be really, really sure that Europe is unfixable to support Brexit.
So I’d vote Remain. There would be no joy in that vote. But a choice must be made, and that’s where I’d come down.

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Ci sono ancora quattro mesi e mezzo, per arrivare alle elezioni presidenziali. Ma la prossima settimana c’è un voto che per il futuro del mondo potrebbe contare altrettanto di quanto succede da noi: il referendum dell’Inghilterra sul restare o no nell’Unione Europea.
Sfortunatamente, questo voto è una scelta tra il male e il peggio – la domanda è quale sia l’uno e quale l’altro.
Non sarò schivo: io voterei per restare. Lo farei nella piena consapevolezza che l’Unione Europea è profondamente disfunzionale e mostra pochi segni di riforma. Ma l’uscita dell’Inghilterra – la Brexit – probabilmente renderebbe le cose peggiori, non solo per il Regno Unito, ma per l’Europa nel suo complesso.
Una normale analisi economica parla chiaramente: la Brexit renderebbe l’Inghilterra più povera. Non porterebbe necessariamente ad una guerra commerciale, ma certamente danneggerebbe il commercio inglese con il resto dell’Europa, riducendo la produttività e i redditi. I miei calcoli approssimativi, che sono in linea con altre stime, indicano che il Regno Unito si ritroverebbe ad essere più povero del 2 per cento, in sostanza per sempre, rispetto a quanto sarebbe altrimenti. Il che sarebbe un gran danno.
C’è anche il rischio, più difficile da quantificare, che la Brexit metta in difficoltà la City di Londra – l’omologo inglese di Wall Street – che rappresenta una grande fonte di esportazioni e di reddito. In quel caso, i costi sarebbero sostanzialmente più grandi.
Cosa dire degli ammonimenti secondo i quali il voto per l’uscita provocherebbe una crisi finanziaria? È una paura troppo remota. L’Inghilterra non è la Grecia: ha la propria valuta e si indebita nella propria valuta, dunque non è a rischio di un percorso che crei un caos finanziario. Nelle settimane recenti la probabilità di un voto per l’uscita sono chiaramente aumentate, ma i tassi di interesse britannici sono scesi, non saliti, seguendo l’andamento del declino globale nei rendimenti.
Ciononostante, dal punto di vista economico la Brexit sembra una cattiva idea.
È vero, i sostenitori della Brexit argomentano che lasciare l’UE consentirebbe all’Inghilterra la libertà di fare cose stupende – deregolamentare e mettere in libertà la magia dei mercati, portando ad una crescita esplosiva. Mi dispiace, ma questa è soltanto economia voodoo confezionata con la bandiera britannica; è la medesima fantasia sul libero mercato che si è dimostrata illusoria, sempre e dappertutto.
No, l’argomentazione economica non è solida, come di solito accade ad argomenti del genere. Perché, dunque, il mio tono dimesso a favore del rimanere nell’Unione Europea?
In parte, la risposta è che gli impatti della Brexit sarebbero disomogenei: Londra ed il Sud Est dell’Inghilterra sarebbero colpiti duramente, ma la Brexit comporterebbe probabilmente una sterlina più debole, il che effettivamente potrebbe essere d’aiuto per le vecchie regioni manifatturiere del Nord.
Ancora più importante, tuttavia, è la sconsolante realtà dell’UE che l’Inghilterra lascerebbe.
Il cosiddetto progetto europeo ebbe inizio più di sessant’anni orsono, e per molti anni fu una forza potente in termini positivi. Non solo favorì il commercio ed aiutò la crescita delle economie; fu anche un baluardo di pace e di democrazia in un continente che veniva da una storia terribile.
Ma l’UE di oggi è la terra dell’euro, un errore serio, aggravato dall’insistenza tedesca a volgere la crisi provocata dalla moneta unica in una rappresentazione moraleggiante sui peccati (degli altri, ovviamente), che devono essere scontati con tagli paralizzanti ai bilanci. L’Inghilterra ha avuto il buon senso di tenersi la sua sterlina, ma ciò non l’ha tenuta al riparo dagli altri problemi della eccessiva assunzione di rischi dell’Europa, in particolare quello di ammettere il libero movimento delle persone senza un governo condiviso.
Si può sostenere, ad esempio, che i problemi provocati dai rumeni che utilizzano il Servizio Sanitario Nazionale vengano esagerati, e che i benefici dell’immigrazione in buona misura pareggino quei costi. Ma è un argomento difficile da offrire ad una opinione pubblica frustrata dai tagli ai servizi pubblici – in particolare quando la credibilità degli esperti favorevoli all’UE è così bassa.
Perché è questa la cosa più irritante dell’UE: nessuno sembra mai riconoscere o imparare dagli errori. Se c’è un qualche esame di coscienza a Bruxelles o a Berlino sulla terribile prestazione dell’Europa a partire dal 2008, è difficile scovarlo. Ed io provo qualche simpatia con i britannici che proprio non intendono dipendere da un sistema che offre una affidabilità così modesta, anche se lasciarlo sarebbe economicamente costoso.
La domanda, tuttavia, è se un voto inglese per l’uscita renderebbe le cose migliori. Potrebbe servire come uno shock salutare che finalmente dia una scossa ai gruppi dirigenti europei ad uscire dal loro compiacimento e porti alla riforma. Ma io ho il timore che potrebbe, per la verità, rendere le cose peggiori. I fallimenti dell’UE hanno prodotto una minacciosa ascesa del nazionalismo reazionario e razzista – ma la Brexit, anche troppo probabilmente, rafforzerebbe ulteriormente quelle forze, sia in Inghilterra che in tutto il Continente.
Ovviamente, potrei sbagliare su queste conseguenze politiche. Ma è anche possibile che la mia mancanza di speranza sulla riforma europea sia esagerata. Ed il punto è questo: come mette in evidenza Simon Wren Lewis di Oxford, se oggi l’Inghilterra vota per rimanere, un giorno potrebbe ancora avere la possibilità di lasciare l’UE, ma uscire oggi sarebbe in sostanza irreversibile. Per sostenere la Brexit, si deve essere assolutamente sicuri che l’Europa sia irriformabile.
Dunque, io voterei per restare. Non ci sarebbe, in quel voto, alcuna contentezza. Ma una scelta deve essere fatta, ed io farei quella.

12.6.16

La disuguaglianza studia all’ultimo banco

Luca Ricolfi (ilsole24ore)

Di disuguaglianze non si smette mai di parlare. Ci sono le disuguaglianze economiche, le disuguaglianze sociali, le disuguaglianze nella salute. Ci sono le disuguaglianze nel capitale ereditato dalla famiglia, nelle opportunità di vita, nel talento individuale. E ci sono, naturalmente, le disuguaglianze nel livello di istruzione, ossia nei titoli di studio che ognuno riesce ad aggiudicarsi.

C’è un tipo di disuguaglianze, tuttavia, che è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni, e di cui nessuno parla. Un tipo di disuguaglianze che regala a una minoranza della popolazione una vita piena di opportunità e di soddisfazioni, mentre impone alla maggioranza un’esistenza difficile o comunque piena di limitazioni.

Di che cosa si tratta?
Non c’è un termine condiviso per designare questo tipo di disuguaglianze, ma io le osservo quotidianamente nel mio lavoro di docente universitario che da anni insegna materie relativamente complesse (analisi dei dati e matematica) e ha a che fare sia con le “matricole” (gli studenti appena diplomati che si iscrivono all'università) sia con gli studenti che stanno per laurearsi. Possiamo chiamarle, molto approssimativamente, disuguaglianze di conoscenza; oppure “disabilità cognitive”, in omaggio al lessico in voga.

È imbarazzante descriverle, perché hanno raggiunto livelli che mi verrebbe da definire umilianti, livelli che peraltro i test correnti, più o meno standardizzati, non sono assolutamente attrezzati per misurare in tutta la loro ampiezza. Devo però fare una premessa, prima di tentare una descrizione. La materia che insegno, per essere compresa e padroneggiata a un livello accettabile, richiede un discreto grado di organizzazione mentale. In buona sostanza capacità quali: padronanza della lingua, astrazione, ragionamento, manipolazione di simboli astratti, memorizzazione. È chiaro che simili capacità, come qualsiasi altra (compreso saper ballare, suonare uno strumento, o sciare in neve fresca) non possono essere possedute da tutti nella stessa misura. Il punto, però, è che quando vengono messe alla prova da un esame universitario si rivelano distribuite in un modo mostruosamente ineguale fra gli studenti. E dico questo non nel senso che ci sono studenti molto più bravi di altri (è sempre stato così), ma nel senso che, al giorno d'oggi, almeno la metà degli studenti non ha assolutamente, neppure alla lontana, la preparazione di base che - in teoria - dovrebbe possedere in virtù del certificato che esibisce (diploma di scuola secondaria superiore). Spesso non ha neppure la preparazione che ci si aspetta da chi si è fermato alla scuola media inferiore. E in un numero di casi tutt’altro che trascurabile non ha nemmeno le competenze che, sulla carta, dovrebbero essere trasmesse e garantite dalla scuola elementare (ad esempio far di conto e non compiere errori di ortografia). All’attonito docente universitario può persino accadere di trovarsi di fronte uno studente che non sa eseguire una sottrazione elementare (1-5), o non sa addizionare 12 e 8 e deve ricorrere alle dita per arrivare al risultato (naturalmente quest'ultimo è un caso-limite, ma la domanda è: come ha potuto la scuola “certificare” le sue competenze e rilasciargli un diploma?). Per non parlare del titanico lavoro di correzione dell'italiano che incombe sui docenti quando giunge il tragico momento della tesi di laurea (o meglio di quell’esercizio che ci ostiniamo ancora a chiamare tesi).

Proverò a dirlo in un modo ancora più crudo: per quel che vedo quotidianamente, una parte degli studenti universitari ha un livello di organizzazione mentale che non è, semplicemente, un po' meno buono di quello degli studenti bravi, ma è abissalmente inferiore, come può esserlo il livello di organizzazione mentale di un bambino di sei-sette anni rispetto a quello di un adulto. E, cosa ancora più triste, in molti casi il gap appare irrimediabile, in quanto chiaramente legato a percorsi scolastici disastrosi, a occasioni di conoscenza clamorosamente mancate e che difficilmente potranno ripresentarsi. Alla fine degli esami io chiedo sempre “che scuola hai fatto?”, e le risposte che mi accade di ascoltare sono terrificanti: quello che i tanti studenti in difficoltà raccontano sugli insegnanti che hanno avuto, sul numero di supplenti che si sono alternati in certe materie, sui programmi svolti e non svolti, sulle licenze didattiche che tanti prof si sono presi, tutto questo restituisce un quadro della scuola mortificante. Un quadro, sia detto per inciso, in cui non si intravedono più, come un tempo, condizioni di svantaggio sociale, o tragedie familiari e personali, bensì solo prosaiche vicende istituzionali (e spesso familiari) di incuria e superficialità, approssimazione e leggerezza. In sostanza: l’ordinario modus vivendi di una società in cui, di fatto (anche se a parole lo neghiamo), la cultura, la conoscenza, lo studio sono divenuti assai meno importanti di tutto il resto.

Non mi interessa, qui, indicare di chi è la responsabilità, che è chiaramente di tutti: genitori, insegnanti, politici e, naturalmente, studenti (il non-studio è anche una scelta). Quello su cui vorrei attirare l'attenzione è invece l'enorme diversità di destino fra i miei studenti. Quando li incontro e quando ci parliamo, lo vedo ad occhio nudo: c'è chi quasi certamente ce la farà, perché la scuola e l’università hanno strutturato la sua mente, e c’è chi (salvo il caso in cui abbia una famiglia potente alle spalle), avrà una vita lavorativa difficile, perché la scuola e l’università hanno preferito rilasciargli un titolo senza occuparsi seriamente della sua mente.

È strano. Da un paio di decenni abbiamo deciso che le nostre sono “società della conoscenza”, non c’è occasione in cui non ripetiamo che la conoscenza è la variabile fondamentale, che da essa dipendono i destini delle economie come quello degli individui; da anni e anni ci stracciamo le vesti, scendiamo in piazza, firmiamo manifesti e appelli contro la (presunta) inarrestabile crescita delle disuguaglianze economiche, e poi – chissà perché – di fronte agli spaventosi divari di conoscenza fra i nostri giovani, che certamente produrranno grandi disuguaglianze nelle loro vite, non diciamo nulla, li accettiamo come se non esistessero, o non fossero importanti. C’è qualcosa che non va. O sbaglio?

7.6.16

ELEZIONI COMUNALI 5 GIUGNO 2016

Schemi saltati e confronti incerti: ecco il tripolarismo imperfetto
di ILVO DIAMANTI (Repubblica)

IL DATO più chiaro del primo turno della consultazione amministrativa di domenica scorsa è che, ormai, non c'è più nulla di chiaro. E di prevedibile. Nel rapporto fra cittadini e politica. Fra elettori e partiti. Così, l'esito delle elezioni è ancora aperto. Tra i 143 comuni maggiori (oltre 15 mila abitanti) al voto domenica scorsa, infatti, 121 andranno al ballottaggio. Cioè, non tutti, ma quasi. Alle precedenti elezioni erano molti di meno: 92. Questa tendenza appare evidente soprattutto nelle regioni dell'Italia centrale. Un tempo definite "rosse", perché politicamente di sinistra. Ebbene, fra i 19 comuni maggiori al voto, in questa zona, quasi tutti (17) andranno al ballottaggio. In primo luogo, Bologna. Dove il sindaco in carica, Merola, si è avvicinato al 40% dei voti. E fra due settimane dovrà, quindi, affrontare Lucia Borgonzoni, candidata leghista del Centro-destra. Una prova sulla quale incombe, minaccioso, il precedente del 1999, quando Giorgio Guazzaloca, del Centro-destra, prevalse su Silvia Bartolini, di Centro-sinistra. Al ballottaggio.

LE TABELLE

Nel complesso, i candidati del Centro-sinistra vanno al ballottaggio in 88 comuni (sono primi in 47), quelli di Centro-destra, della Lega o dei FdI in 69 (primi in 38 Comuni). Infine, il M5s raggiunge il ballottaggio in 20 comuni (è primo in 6). Questo rapido profilo quantitativo serve a chiarire una ragione importante - se non la più importante - dell'incertezza che pervade questa competizione amministrativa: la pluralità degli attori in gioco. In altri termini, se per molti anni abbiamo inseguito un bipolarismo senza preclusioni, senza fratture, Oltre l'anticomunismo e il berlusconismo (o il suo contrario), oggi dobbiamo fare i conti con un modello diverso. Sicuramente più aperto. Anzi: fin troppo. Siamo entrati, infatti, in un sistema a "tripolarismo imperfetto". Dove il centrosinistra, imperniato sul PD(R), si oppone non solo al Centro-destra, impostato sull'asse FI-Lega - allargato, in alcuni contesti, ai FdI. Ma anche al M5s che ha ottenuto risultati importanti a Roma, con Virginia Raggi e a Torino, con Chiara Appendino a Torino. Mentre in alcuni casi, è sfidato da soggetti diversi ma, comunque, alternativi ai due poli tradizionali. Come Luigi De Magistris, a Napoli. Ciò rende il confronto complicato. Non solo nel primo turno, ma anche e tanto più nei ballottaggi. Perché non è chiaro se e per chi voteranno gli elettori dei partiti esclusi. Nello specifico: chi sceglieranno gli elettori di Centrosinistra fra un candidato leghista, forzista o dei 5s? Oppure, reciprocamente, chi sceglieranno gli elettori leghisti, forzisti o del M5s nel caso il loro candidato di riferimento fosse, a sua volta, escluso dal ballottaggio? In linea teorica, ove fosse rimasto in gioco, sarebbe favorito il candidato del M5s. Perché a-ideologico. Esterno alle fratture tradizionali. Visto che gli elettori del M5s sono, politicamente, trasversali. Riassumono il disagio verso i partiti ma anche la mobilitazione su temi "civici" e territoriali. Così, i loro candidati possono venire utilizzati dagli altri elettori,"contro" gli avversari storici. Post-berlusconiani, leghisti oppure renziani. A seconda dei casi e delle esigenze.

È probabile, allora, che molti elettori, nel dubbio, ricorrano al non-voto. Si astengano. Non per scelta, ma per non-scelta. D'altronde, si tratta di un orientamento diffuso, anche in questo caso. La partecipazione al voto, infatti, ha superato il 60%. Cinque punti in meno rispetto alla precedente scadenza elettorale. Tuttavia, non si è verificato il crollo temuto. Piuttosto, è interessante osservare che l'affluenza - e parallelamente l'astensione - elettorale ha colpito il Nord e le regioni rosse, più del Mezzogiorno. Certo, il voto amministrativo, nel Sud, è condizionato - e incentivato - da logiche particolaristiche. Ma è singolare che oggi, nel Centro-Nord, la partecipazione elettorale sia calata molto più che nel Sud.

Ciò sottolinea un'altra tendenza, emersa dopo le elezioni del 2013. La perdita delle specificità territoriali. Meglio: la "nazionalizzazione" del voto. E dei partiti. Fino allo scorso decennio, infatti, gli orientamenti politici ed elettorali riproducevano legami sociali e territoriali di lungo periodo. Veicolati da partiti di massa, che esprimevano ideologie di lunga durata e disponevano di organizzazioni diffuse. I partiti di sinistra, in particolare, si imponevano nelle regioni rosse del centro. Mentre al Nord erano più forti i partiti di centrodestra e la Lega. Ma alle elezioni del 2013, per la prima volta, si afferma un partito senza una specifica "vocazione" territoriale. Il Movimento 5 Stelle, appunto. Primo oppure secondo in quasi tutte le province italiane. Da Nord a Sud, passando per il Centro. Alle elezioni europee del 2014, il PD di Renzi, il PdR ne riproduce la traccia. Primo oppure secondo partito, dovunque. Inseguito dal M5s. E da un centrodestra spaesato e diviso, dopo il declino di Berlusconi. Nume tutelare e identitario. Così le diverse Italie politiche, oggi, si sono omogeneizzate. La stessa Lega si è "nazionalizzata". È la Ligue Nationale di Salvini, alleata con i FdI di Giorgia Meloni. Guarda a Roma e al Sud. Così, non c'è più religione. E non c'è più fedeltà. Non solo a Bologna. Neppure a Torino. Dove le tradizioni operaie e industriali hanno perduto rilievo. E la crisi economica incombe (come ha osservato Piero Fassino). Mentre a Milano Sala e Parisi appaiono due candidati allo specchio. Roma è, dunque, la capitale esemplare di questa Italia - senza colori e con poche passioni. Dove ogni voto - politico, europeo, amministrativo - diventa un'occasione im-prevedibile. E ogni elezione, come ho già scritto, è "un salto nel voto".


16.5.16

L’antropologo Marc Augé discute di terrorismo, periferie e pallone «Il multiculturalismo è un inganno: lascia spazio a ideologie totalitarie»

intervista di Luca Mastrantonio

Il multiculturalismo è una pericolosa sirena. L’Europa deve tenere saldo il valore della laicità e puntare sull’assimilazione, altrimenti a breve dovrà fronteggiare una vasta rivolta. Lo sostiene il sociologo e antropologo francese Marc Augé, in Italia per presentare il libro «Football. Il calcio come fenomeno religioso», uscito per EDB. La cui tesi, oltre a offrire una chiave di lettura dei prossimi Europei francesi, può essere rovesciata senza perdere aderenza sulla realtà: la religione come fenomeno calcistico, la politica come tifo, tra fanatismo e ritualità.
In cosa è diversa la Francia oggi rispetto a quella campione del mondo del 1998?
«Ero a vedere la finale contro il Brasile, un ricordo bellissimo, ho riprovato le emozioni di quando ero bambino e tifavo per la nazionale di Raymond Kopa e Léon Glovacki, davanti, e dietro Roger Marche, soprannominato il “cinghiale delle Ardenne”. Ma oggi lo spettacolo è cambiato, troppi soldi in gioco. La fase in cui si cantava “nero, bianco e arabo” (Black, Blanc, Beurs, in francese) è sparita, con il sogno multietnico».
Effetto anche degli attentati di Parigi?
«I terroristi hanno voluto colpire lo stile di vita dei parigini, luoghi di divertimento, di incontro, di scambio. C’è stata una reazione collerica. Ma se penso alle recenti proteste sulla riforma del lavoro, si può dire che stiamo tornando alla normalità».
Che idea si è fatto dei terroristi?
«Come ha notato Gilles Kepel, ci sono strateghi e ideologi, dietro; ma per l’azione usano teppisti appartenenti alla mala, ragazzi poveri che hanno fallito nella vita. Nulla a che vedere con i piloti che si sono schiantati contro le Torri Gemelle».
Da Parigi a Bruxelles, passando per Molenbeek. Ci sono quartieri periferici più a rischio di altri?
«Sono molte le aree permeabili da infiltrazioni terroristiche, e molte le aree da colpire. Ma non è una questione geografica, poiché il concetto di periferie presuppone un centro che in realtà esiste soprattutto per i turisti. Periferie e centro sono concetti mobili. Il problema è sociale e politico e di polizia, che deve coordinarsi meglio a livello europeo».
La questione è solo di polizia?
«Sul piano tecnico, il terrorismo si combatte con forza militare e polizia. Poi bisogna continuare la politica dell’accoglienza, governarla al fine di integrare e assimilare i rifugiati. Se l’Europa non si muove chiaramente e generosamente, rischia di fronteggiare in una quindicina di anni l’ira della generazione di chi è nato e cresciuto nell’esclusione. Non bisogna però cullarsi nell’inganno delle sirene del multiculturalismo. Il termine “cultura” è pericoloso, a questo termine è possibile far dire tutto quello che si vuole. E in nome del pluralismo è facile lasciare che si imponga una ideologia totalizzante e totalitaria».
L’Islam è un problema per l’Europa?
«Il problema non è l’Islam, ma la sua vocazione universale a imporre una morale individuale. Per integrarsi in Europa, chi crede in Maometto deve rinunciare a questo universalismo, come hanno fatto i cristiani in passato, sotto la pressione di processi politici democratici, il secolarismo contro il proselitismo. Ma purtroppo il discorso mediatico e politico di oggi va in un’altra direzione. In Francia molte persone si dichiarano religiosamente indifferenti, anche se magari sul piano statistico appartengono a una religione, compreso l’Islam. È aumentata però la tendenza a dare risalto all’identità religiosa, descrivendo ad esempio il sindaco di Londra, Khan come “musulmano” più che come “laburista”. Tra l’altro ha ricevuto una fatwa dai musulmani radicali, il che la dice lunga sulla pericolosità dell’Islam moderato per gli estremisti. Finiremo come l’Indonesia, che si presenta tollerante, perché tutte le religioni sono autorizzate, ma ognuno è obbligato a sceglierne una. Non è laicità, che è un valore non negoziabile».
Ci sono altri valori non negoziabili?
«Non ci si può fare giustizia da soli».
Crede che la Francia si sottometterà all’Islam, come ha scritto Michel Houellebecq nel suo ultimo romanzo?
«Quello di “Sottomissione” è un incubo plausibile, ma voglio credere nella forza del pensiero laico e democratico in Francia e in Europa».

Intervista al filosofo Slavoj Žižek “Meglio separati in casa che la falsa integrazione”

La necessità di una nuova e diversa lotta di classe, le critiche a certo “buonismo” della sinistra sulla questione migranti
intervista di Giulio Azzolini

Dopo la caduta del muro di Berlino, gli intellettuali di sinistra si possono dividere in tre tipologie: i perseveranti, i pessimisti e gli innovatori. Secondo Razmig Keucheyan, autore di un preziosissimo saggio sull’Hémisphère gauche (“La Découverte”), Slavoj Žižek appartiene all’ultima categoria. «Ma io preferisco considerarmi un pessimista», dice il filosofo sloveno. «Perché i pessimisti sono le uniche persone felici. Se sei pessimista, ogni tanto ti rendi conto che non è tutto così male come credevi, quindi ti predisponi alle buone sorprese. Gli ottimisti sono sempre amareggiati. Io sono un pessimista che crede nei miracoli».
Professor Žižek, ne “La nuova lotta di classe” (ora in libreria) critica i populisti anti-immigrazione, ma ancora di più la sinistra liberal, favorevole all’apertura delle frontiere. Perché?
«Perché sono due facce della stessa medaglia, ma la seconda è più ipocrita della prima. Il problema non è dire sì o no all’accoglienza, ma capire come mai in tanti fuggono dai propri paesi e trovare il modo di aiutare davvero la povera gente. Pensi ai film di Hitchcock: spesso si aprono con un dettaglio, tipo una chiave o un bicchiere di latte, poi l’inquadratura piano piano si allarga e lo spettatore può vedere la situazione per intero. Ecco, secondo me le immagini dei barconi a largo di Lampedusa rappresentano quella chiave, quel bicchiere di latte: non crede che sia venuto il momento di girare la telecamera e guardare tutta la scena? Sono anni che nell’indifferenza generale tutti, Cina inclusa, si appropriano delle terre africane in nome di uno sfrenato neocolonialismo economico».
E l’idea di lotta di classe è ancora utile?
«Oggi la lotta di classe non è più quella tipicamente marxista: proletariato contro borghesia, periferia contro centro. Come ha spiegato Peter Sloterdijk (lo so, è triste, ma per capire il nostro tempo dobbiamo rivolgerci ai conservatori), il nuovo scontro è tra chi sta dentro e chi è rimasto fuori. Perché è vero che tutti sono dentro il mercato, ma tanti, troppi sono fuori dalla storia. Parlo dei giovani senza prospettive, dei precari, dei profughi, delle tantissime donne che continuano a subire violenze. L’idea di lotta di classe serve a dare una base comune ai mille conflitti dispersi nel capitalismo globale».
Come si combatte la nuova lotta?
«Il modello non è più la presa della Bastiglia o insurrezioni del genere, la rivoluzione non può essere ancora l’assalto al Palazzo del potere. Io ho letto Marx e so bene che il capitalismo è il sistema sociale di produzione più potente e flessibile della storia. Ma non mi rassegno ai palliativi proposti dalla sinistra liberal e sono convinto che ogni sistema custodisca delle leve nascoste, che possono innescare delle reazioni a catena. È come nei film di fantascienza, quando a un certo punto il protagonista tocca il tasto sbagliato e scoppia una bomba: per me la sfida è trovare i tasti esplosivi. E attenzione: non si tratta di teorie astratte, ma di questioni concrete e in apparenza poco rilevanti. Pensi alla battaglia di Obama per garantire l’assistenza sanitaria pubblica: è bastato quel tasto, che a noi europei sembra scontato e sacrosanto, a mandare su tutte le furie le più potenti lobby degli Stati Uniti. Ma anche l’Europa ha i suoi tasti dolenti».
Come l’immigrazione...
«Quello che non è successo di fronte al pericolo Grexit, ossia la disgregazione dell’Europa, rischia di verificarsi oggi sui migranti. Bisogna afferrare il toro per le corna. I paesi fondatori dell’Unione devono essere più aggressivi nei confronti degli Stati che hanno scelto di fregarsene della solidarietà. Italia, Francia, Germania chiamino a rapporto Polonia, Slovacchia, Ungheria e parlino chiaro: non volete partecipare al nostro gioco sull’emergenza rifugiati? Benissimo, allora non meritate di far parte del cuore stretto dell’Unione europea. Sarete Stati di seconda classe e piantatela di chiedere aiuto quando non sapete come finanziare la vostra crescita ».
Che effetto le ha fatto il recente, fortissimo appello di papa Francesco all’Europa, sempre sul tema migranti?
«Ovviamente ho accolto con favore la sua critica alla xenofobia. Ma il punto non è, come ha fatto Francesco, invocare “diritti umani, democrazia e libertà”, ma discutere dell’ordine economico globale che provoca queste migrazioni di massa. L’Europa non è in crisi morale, è il capitalismo che è entrato in una nuova fase».
Al di là dell’accoglienza, perché lei non sopporta il concetto di integrazione?
«I terroristi di Bruxelles erano perfettamente integrati. Bisogna abbandonare questa retorica dell’integrazione, che uniforma tutto e tutti, e riflettere di nuovo sui concetti di vicino, di straniero, di prossimo. La sinistra ha sempre sottovalutato i sentimenti etnici, ha creduto che il nazionalismo fosse una teoria cui bastava contrapporne un’altra. È inutile fare le anime belle. Sa qual è il mio ideale di convivenza? Un grande palazzo in cui gente di ogni razza e religione si ignora, ma lo fa gentilmente, in modo molto tollerante. Poi magari nasceranno delle amicizie, degli amori, ma non può accadere in maniera forzata».
Ma la politica non ha il compito di sublimare, per quanto possibile, gli impulsi delle masse?
«Sì, ed è quello che sta facendo benissimo Bernie Sanders. Non vincerà le primarie del partito democratico, ma il suo ruolo pedagogico è importantissimo e va valutato sul lungo periodo».
Intanto Donald Trump potrebbe diventare l’uomo più potente del pianeta. La spaventa?
«Sarebbe stato peggio Ted Cruz. Trump è un politico di bassissimo livello, ok, è un personaggio di pessimo gusto. Però il suo programma economico è assai più moderato rispetto a quelli che piacciono alla destra americana. E poi sua moglie è slovena: come faccio a spaventarmi da connazionale dell’ipotetica first lady?».
IL LIBRO La nuova lotta di classe di Slavoj Žižek (Ponte alle Grazie, trad. di Vincenzo Ostuni, pagg. 144, euro 13)